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marzo 27, 2025 Cos’è e che benefici ha la pratica dello Yin Yoga

Lo yin yoga contrariamente ad altri stili che lavorano principalmente sulla muscolatura in maniera eccentrica o concentrica, ci porta in in lavoro passivo e rilassato di allungamento muscolare ma soprattutto di tendini e legamenti attraverso il mantenimento prolungato degli Asana.
Lo yin yoga riesce a liberare i tessuti connettivi da tossine emotive attraverso la stimolazione di produzione di neuro ormoni che vengono trasmessi dall’ ipofisi al reticolo che compone le membrane di rivestimento di ogni tessuto connettivo.
Questo stile venne creato da Paul Zink e sviluppato successivamente da Sara Powers, e associa gli Asana alla conoscenza che proviene dalla medicina tradizionale cinese, nello specifico dai concetti dei meridiani.
La pratica infatti, lavora sulle fasce ed è in grado di stimolare cambiamenti a livello molto profondo.
Mantenere un Asana per un tempo prolungato permette di andare a migliorare la salute delle nostre articolazioni e di tutto il sistema miofasciale .
Lo Yin Yoga è meraviglioso per mantenere o aumentare la nostra flessibilità:
- Rilassa la fascia,
- Lubrifica le articolazioni
- Migliorare la nostra pratica Yang (es. Vinyasa)
- Col tempo e la costanza permette di aumentare l’elasticità
Lo Yin permette di rilasciare energia latente bloccata nel nostro corpo, di conseguenza, durante la pratica potrebbero uscire emozioni che per un lungo periodo abbiamo cercato di sopprimere.
Lo Yin è perfetto se:
- Vuoi aumentare o mantenere la flessibilità
- Uscire dalla tua zona di comfort e andare più in profondità nella pratica di Yoga
- Bilanciare le tue lezioni di Yoga dinamico
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febbraio 16, 2013 Sri Advaita Acarya

La vita di Advaita Acarya è stata il soggetto di diversi testi, come il Balya-lila-sutram di Laudiya Krishnadasa e l’Advaita-prakasa di Isana Nagara (Isana Nagara fu un discepolo diretto di Advaita Acarya). Anche nelle biografie di Mahaprabhu vi sono brevi riferimenti alla Sua vita e successivamente anche nelle opere degli acarya vaisnava.
La tradizione riporta che Labhadevi (o, in alternativa, Nabhadevi), la madre di Advaita Acarya, una volta fece un sogno in cui Sri Sadasiva (la forma originale di Siva) prevedeva la terribile era di Kali, l’era che distrugge negli uomini ogni qualità divina. Nello svolgersi del sogno, ella vide Sadasiva colmo di compassione, e in questo stato decise di recarsi sulle rive dell’oceano causale, dove Maha-Visnu è sdraiato in un sonno mistico, per supplicare il Signore di mostrare la Sua misericordia. Realizzando che Visnu risponde ai sacrifici dei Suoi devoti, egli decise di compiere rigide austerità per 700 anni a favore dell’umanità. Vedendo Sadasiva in questo sentimento di compassione per la massa sofferente, Sri Maha-Visnu apparve davanti a lui e disse: “Mio caro Sadasiva! Perché stai cercando di soddisfarMi con austerità difficili? Tu ed Io siamo tutt’uno!”
Sadasiva rispose: “Mio caro Signore, se Tu non mi darai il potere di salvare l’umanità dell’era di Kali, come potrò farlo?” Sentendo questa domanda, Maha-Visnu abbracciò Sadasiva e grazie alla loro congiunta compassione Essi presero una forma —questa manifestazione sarebbe apparsa sulla Terra come Sri Advaita Acarya.
Continuando il suo sogno Labhadevi vide Yama, il deva dell’inferno, che si avvicinava al Signore e diceva: “ Mio caro Signore, se Tu discendi nell’era di Kali come Advaita Acarya per liberare tutti, non ci sarà più lavoro per me —non avrò più peccatori da punire all’inferno!” Il Signore consolò Yama, dicendo: “Mio caro Yama, non temere. Tutte quelle persone malvagie che cercheranno volontariamente di evitare le nettaree ondate dell’amore divino che inonderanno le persone di Kali —gli impersonalisti, coloro che compiono attività interessate, i falsi logici, gli offensori e gli atei— tutti costoro potranno ancora essere portati all’inferno da te.” Con questa rassicurazione da parte del Signore, Yamaraja fu soddisfatto e tornò al suo regno.
Dopo questo sogno, la madre di Advaita organizzò il suo giorno seguente con grandi apprezzamenti per il Signore e per le Sue misteriose vie.
Ma torniamo indietro per un attimo. Kuvera Pandita, il padre di Advaita Prabhu, era un brahmana erudito, esperto nell’esecuzione di sacrifici vedici e studioso dei Veda. Egli nacque nel 1410 d.C. e visse nella provincia di Sri-hatta, nel luogo che è oggi conosciuto come Bangladesh, in un villaggio di nome Lauda. Egli era il figlio di Nrisiiha Raja che proveniva da Santipura.
Nella sua vita precedente, il padre di Advaita era il tesoriere celeste Kuvera, il capo dei Guhyaka, ossia dei religiosi seguaci di Siva. Poiché egli era un leale discepolo di Siva, fu benedetto ricevendo il permesso di discendere sulla Terra proprio come padre di Siva —il padre di Sri Advaita Acarya.
Prima della nascita di Advaita, Kuvera Pandita e Labhadevi erano stati benedetti da sei figli: Laksmikanta, Srikanta, Hariharananda, Sadasiva, Kusala, e Kirticandra. (Essi ebbero anche una figlia, un’incarnazione di Ganga, ma ella morì in tenera età.) Di questi sei figli, quattro presero il sannyasa, lasciando la casa e visitando i luoghi santi. I due figli rimasti, fratelli maggiori di Sri Advaita Acarya, si sposarono, e i loro discendenti vivono tuttora nell’attuale Bangladesh.
Kuvera Pandita era molto depresso perché i suoi quattro figli avevano lasciato la casa, e come risultato si assentò dal suo invidiabile impiego di consigliere di corte di re Divyasimha, a quel tempo imperatore di Sri-hatta. Kuvera si recò con sua moglie a Santipura, nel Bengala occidentale, ed essi trascorsero il tempo compiendo austerità sulle rive del Gange.
Mentre si trovava a Santipura, Kuvera Pandita compì mauna-vrata (un voto di silenzio), e fu a quel tempo che sua moglie fece il sogno (menzionato in precedenza) a proposito di Maha-Visnu e Sadasiva. Quando ella raccontò del sogno al marito, egli esultò al pensiero che il Signore Supremo in Persona sarebbe disceso nel grembo di sua moglie. Poco tempo dopo questo avvenimento sua moglie rimase incinta, e poco dopo, essi tornarono a Lauda. Da quel momento in poi Advaita Prabhu si manifestò incessantemente nelle loro menti, e dal loro capo emanava una radiosità divina.
Apprendendo della gravidanza di Labhadevi, la gente di Sri-hatta pregustò ansiosamente l’apparizione del divino bimbo, e un giorno nel gennaio o febbraio 1434, il Signore conosciuto come Sri Advaita Acarya, apparve. (Secondo altri, Egli nacque al massimo nel 1466, ma secondo la tradizione Sri Advaita Acarya aveva 25 anni quando nacque Sri Caitanya Mahaprabhu.) Quando nacque, le persone di Sri-hatta si bagnarono nel Gange, e il santo nome di Hari risuonava dappertutto. Gli astrologi del posto e i pandita predissero che il bambino divino avrebbe liberato il mondo intero.
Durante la cerimonia annaprasana, in cui ai neonati vengono dati dei cereali per la prima volta, e viene dato loro un nome, il sacerdote di famiglia, che era un discendente di Sandilya Muni, gli conferì il nome Kamalaksa (“dagli occhi di loto”). Gli venne anche assegnato il nome Advaita —secondo la Caitanya-caritamrita gli fu dato questo nome perché egli “non è differente dal Signore”.
È detto che il piccolo Advaita si impegnò in molte bricconerie durante l’infanzia, proprio come molti anni più tardi avrebbero fatto Nitai e Nimai. Egli rifiutava di bere dal seno di sua madre se ella non cantava ad alta voce Hare Krishna. Si divertiva anche a confondere le persone con i suoi poteri divini. Una notte, madre Labhadevi ebbe una visione divina in cui suo figlio la portava su un’alta montagna nella zona di Sri-hatta, nel giorno di “Varuni-snana”. Questo è un giorno di buon augurio che cade nel periodo di marzo/aprile, il tredicesimo giorno della luna piena. Labhadevi aveva a lungo desiderato di bagnarsi nei fiumi santi dell’India, e così in quel giorno propizio, Kamalaksa la portò su quel monte per soddisfare il suo desiderio benedetto. Quando essi ebbero raggiunto la cima di quel monte, tutti i fiumi sacri dell’India apparvero in forma personificata davanti a Kamalaksa (radioso nella Sua divina forma di Visnu a quattro braccia) e gli offrirono le loro preghiere. Con un risuonare di conchiglie, i fiumi discesero dal monte e bagnarono madre Labha con le loro acque divine.
Quando la madre di Kamalaksa si sentì felice nel sentire i santi fiumi travolgere il suo corpo, Egli disse: “Guarda, madre, ecco la rossa acqua del Sarasvati, la bianca Ganga, la nera Yamuna, e anche Kaveri, Narmada e Godavari.” Questo avvenimento viene oggi ricordato a Sri-hatta nel giorno chiamato “Varuni-snana”.
L’infanzia di Kamalaksa fu colma di attività nell’attitudine di Siva, che è conosciuto anche come Rudra, il dio della collera. Nell’Advaita-mangala di Haricarana Dasa è detto che Kamalaksa una volta stava giocando con il figlio del re Divyasimha in una caverna, quando il principe iniziò a schernire i devoti che cantano il maha-mantra Hare Krishna. Kamalaksa si incollerì tanto che il principe, solitamente abbastanza coraggioso, in effetti svenne per lo shock.
Quando Kamalaksa fu tra i cinque e i dieci anni, apprese così rapidamente tanto da diventare un bambino prodigio. Anche da ragazzino Egli utilizzava la propria conoscenza per mostrare la supremazia di Visnu o Krishna. In una occasione, il re Divyasimha, che era un devoto della dea Durga, mandò suo figlio con Kamalaksa a visitare il tempio di Durga. Kamalaksa entrò nel tempio con un attitudine di sfida, dicendo: “Mostrami la tua dea!” E quando giunse davanti alla Divinità rifiutò di prosternarsi. Il figlio del re si sentì offeso, e Kamalaksa, da parte sua, si incollerì tanto che il ragazzo svenne privo di coscienza a causa dell’intensità di Advaita. Ma poiché Kamalaksa svolgeva il lila di un bambino, si spaventò tanto da correre a nascondersi. Proprio allora, alcuni ragazzi del villaggio andarono a cercarlo, e qualche momento dopo fecero in modo di trovarlo e riportarlo al tempio, dove il re stava aspettando con Kuvera Pandita e altri cittadini eruditi. Il re fu naturalmente turbato quando vide Suo figlio steso per terra come se fosse morto, ma Kamalaksa rimediò rapidamente alla situazione spruzzando sul capo del principe della caranamrita, l’acqua che aveva lavato i piedi di loto di Sri Visnu. A questo punto, il principe riprese la coscienza esterna, e tutti i presenti furono attratti dal potere mistico di Kamalaksa e dalla sua fede in Visnu.
In un’altra occasione simile, i due ragazzi si recarono di nuovo in un tempio di Durga, questa volta nel propizio giorno di Dipavali, quando tutti gli indu credenti offrono candele alla dea Durga. Di nuovo Kamalaksa rifiutò ancora di inchinarsi a Durga, e di nuovo il principe rimase turbato e chiamò il padre di Kamalaksa. Quando Kuvera Pandita arrivò, ebbe una discussione con suo figlio a proposito dell’adorazione agli esseri celesti, e gli ricordò che anche Sri Rama aveva adorato la dea Durga per riavere la Sua sposa Sitadevi, che era stata rapita. A questo, Kamalaksa replicò: “Caro padre, scusami, ma vorrei illustrare il punto che tu hai leggermente travisato a questo proposito. Esattamente come un albero viene nutrito insieme a tutti i suoi rami, i rametti e le foglie, solo quando si nutrono le sue radici, così gli esseri celesti secondari sono soddisfatti solo quando viene adorato il Signore primordiale Sri Visnu o Krishna.” Egli continuò: “Così, come l’uccello Cakora riesce a vivere solo al chiaro di luna, io posso adorare solo Sri Visnu o Krishna!” Proprio allora, l’immagine di Durga sull’altare del tempio si ruppe in pezzi e la dea ne fuoriuscì, illuminando le dieci direzioni. Allora una voce mistica riempì la stanza, dichiarando, “Il marito non si inchina mai alla propria moglie!” In quel modo Durga indicò che il giovane Kamalaksa non era altri che il marito di Durga, Siva stesso.
Dopo che la dea ebbe parlato in quel modo, il re comprese di aver commesso un’offesa perché Kamalaksa era Siva stesso. Vergognadosi, il re offrì al Signore le appropriate preghiere, e allora Kamalaksa avvertì il re che suo figlio scherniva i vaisnava e che egli (il re) stesso era un adoratore di esseri celesti, il che era sintomo di ignoranza. “Durga è solo una servitrice di Krishna”, disse Kamalaksa al re. “Durga è solo la Sua energia esterna, il cui compito consiste nel confondere tutti con l’illusione materiale, quindi adorandola il tuo regno non potrà mai fiorire.” Il re riconobbe che ciò era vero, e continuò a lodare Kamalaksa con preghiere scelte.
Soddisfatto dalle preghiere del re, Kamalaksa mise i propri piedi sulla sua testa e gli chiese di cantare il santo nome di Krishna. Il re diventò un vaisnava ed eresse un grande tempio di Krishna nel suo regno. Inoltre organizzò anche di tenere dei festival elaborati durante le feste vaisnava e, per finire, prese l’iniziazione da Kamalaksa, che gli conferì il nome di Krishna Dasa Brahmacari.
In seguito alla conversione del re, Kamalaksa, che era ancora un ragazzino, si recò coi suoi genitori a Santipura, il luogo da cui proveniva la famiglia di suo padre. Egli risiedette sulle rive del Gange e, a scuola, diceva ai suoi compagni che i santi nomi di Krishna sono la fonte di tutta la conoscenza.
Col passare degli anni, studiò i sei sistemi filosofici vedici e i Veda stessi, approfondendoli insieme con i relativi argomenti. A quel tempo, sebbene non fosse ancora adolescente, Kamalaksa ricevette il Veda-pancanana, un diploma avanzato nel sistema educativo vedico che solitamente viene conferito a persone di età più avanzata. Il suo insegnate, Santacarya, viveva nel villaggio di Purnavati, e conformemente alle usanze vediche, Kamalaksa trascorse i suoi giorni da studente nell’eremo del suo insegnante. Talvolta viene detto che fu Santacarya a conferire a Kamalaksa il nome di “Advaita” nel corso di una cerimonia di iniziazione in cui si dà il nome. Ma la maggior parte delle autorità accetta che quel nome gli fu conferito alla nascita insieme al nome Kamalaksa.
Santacarya era consapevole della divinità di Kamalaksa e voleva rivelarlo ai suoi compagni di classe, perché essi erano invidiosi che egli gli mostrasse il proprio favore. Un giorno Santacarya stava camminando nella foresta con i suoi studenti quando giunsero ad un lago colmo di meravigliosi fiori di loto e di serpenti spaventosi. Santacarya indicò una piattaforma nel mezzo del lago sopra la quale si trovava un enorme fiore di loto di straordinaria bellezza. Egli chiese ai suoi studenti se qualcuno di loro poteva attraversare le acque per prendere quel grande fiore di loto e portarglielo senza danneggiarsi. La maggior parte degli studenti furono intimiditi dalla richiesta, ma Kamalaksa si presentò volontariamente. Egli entrò cautamente nell’acqua dove, a ogni passo misticamente appariva un fiore di loto per sostenerlo e, allo stesso tempo, un grande serpente si alzò dall’acqua, erigendo la propria testa per ripararlo così come il serpente celeste Ananta ripara Sri Visnu. Così Kamalaksa raggiunse indenne la piattaforma e raccolse il loto da consegnare al suo insegnante. I suoi compagni erano increduli, e ognuno promise che da quel giorno in poi avrebbe sempre rispettato Advaita.
Quando Advaita Acarya raggiunse l’adolescenza, i suoi genitori, che erano entrambi ottantenni, se non novantenni, partirono per Sri Vaikuntha, lasciandosi alle spalle il mondo materiale. Advaita, come parte del suo lila, pianse la morte dei suoi genitori e poco dopo si recò in pellegrinaggio. Egli andò dapprima in Orissa, dove con grande estasi vide la divinità di Gopinatha. Poi si recò a Nabhigaya, a Puri, a Godavari, Sivakanchi e Visnukanchi (dove si divertì nel vedere una competizione tra gli sivaiti e i vaisnava); poi a Kaveri, a Madurai, a Setubandha, a Dhanutirtha, a Ramesvara, e a Udipi, e fu in questa occasione che incontrò per la prima volta Srila Madhavendra Puri, che stava per diventare il suo precettore.
Madhavendra Puri sentì subito un grande amore per Advaita, che considerò l’incarnazione del perfetto devoto, e insieme discussero dell’urgente bisogno che un incarnazione discendesse sulla Terra, nell’attuale era dell’ipocrisia e della discordia. Advaita quindi, predisse l’avvento di Caitanya Mahaprabhu, rivelando a Madhavendra Puri il lila confidenziale del Signore.
Dopo aver incontrato Madhavendra Puri a Udipi e avergli rivelato la missione del Signore, Advaita continuò il suo pellegrinaggio, visitando Dandakaranya, Nasika, Dvaraka, Prabhasa Tirtha, Puskara, Kuruksetra, Haridvara, Badarikasrama, Gomukhi, Gandaki; e poi, con sua grande delizia, arrivò a Mithila dove vide il luogo di nascita di Sitadevi (la moglie di Sri Rama). Ciò gli fece piangere lacrime d’amore. Si dice che fu a Mithila che incontrò Vidyapati, il grande poeta devozionale, e poi egli procedette per Ayodhya, la dimora eterna del Signore, Sri Rama.
Giunto a Varanasi, si bagnò nel famoso Manikarnika Ghata, e vide la Divinità di Visvanatha (Siva), la più famosa divinità di Varanasi. Successivamente, visitò il tempio di Adikesava e vide anche la Divinità di Bindu Madhava. Quindi, si recò a Prayaga (Allahabad), dove vide la Divinità di Veni Madhava. A questo punto, Egli si rase il capo e si bagnò nel Triveni, il luogo d’incontro dei fiumi Sarasvati, Ganga e Yamuna.
Andò poi a Mathura, dove visitò tra gli altri luoghi, anche la casa di Kubja. Egli offrì i suoi più profondi rispetti al Janmasthana di Krishna e si bagnò nel Visrama Ghata. Quindi compì l’intero parikrama di Vraja, meditando sui krishna lila in ogni luogo. Alla fine Egli arrivò a Vrindavana. Mentre si trovava là, risiedette per qualche tempo ai piedi della Dvadasaditya-tila, la collina dove Sanatana Gosvami in seguito avrebbe costruito il suo famoso tempio di Madana-mohana. Il luogo dove visse Advaita Prabhu, chiamato “Advaita Vata”, è stato preservato e può tuttora essere visitato.
La relazione di Advaita Acarya con la Divinità di Madana-mohana è piuttosto confidenziale. Un giorno, mentre Advaita stava dormendo sotto un albero baniano, la Divinità gli apparve in sogno e disse: “Io venivo adorato qui, ma il sacerdote, intimorito dagli invasori musulmani, Mi abbandonò e fuggì per proteggere la propria vita. Sono nascosto a Dvadasaditya-tila sotto l’attuale letto della Yamuna. Ti prego disseppellisciMi e installaMi in un luogo appropriato.” Svegliatosi dal sogno, Advaita Prabhu trovò il luogo, rinvenne la Divinità, e con l’aiuto di alcuni Vrajavasi locali La installò. Essi compirono la consueta cerimonia del bagno e a quel punto Advaita Prabhu cosparse il corpo di Madana-mohana tanto intensamente che il Signore riacquistò la Sua morbida carnagione scura. Alcuni giorni dopo, mentre Advaita Prabhu era in viaggio, un gruppo di musulmani sopraggiunse e attaccò Advaita Vata. La Divinità Si nascose sotto un cumulo di fiori santificati che erano stati precedentemente offerti al Signore, e così non venne distrutta. Quando Advaita Prabhu fece ritorno, Madana-mohana, in sogno, Gli rivelò ancora una volta dove la Divinità stessa Si era nascosta. Madana-mohana chiese ad Advaita Prabhu di recuperarLo e affidarlo al servizio di Purusottama Chaube. Questo Purusottama Chaube era un brahmana di Mathura che in seguito affidò Madana-mohana al servizio di Srila Sanatana Gosvami.
Il Signore disse ad Advaita Prabhu di tornare a Santipura, in Bengala, e là installare due Divinità (yugala-murti), una di Sri Radha e una di Madana-gopala. Egli disse che queste Divinità avrebbero dovuto essere scolpite sulla base di un quadro dipinto dalla cara amica di Radharani, Visakha. Madana-mohana inoltre informò Advaita che il dipinto era nascosto nel Seva-kunja e rivelò la sua esatta collocazione.
Fu nel corso di quel periodo che Madhavendra Puri giunse a Vrindavana e incontrò Advaita Prabhu una seconda volta. Puripada ebbe fitte di estasi quando Advaita gli raccontò dell’ordine di Madana-mohana, e d’accordo con la divinità, spiegò ad Advaita che non era appropriato adorare Krishna senza Radha, perché Krishna non può mai essere felice senza il Suo amore. Radha è la Sua potenza di piacere, hladini-sakti, e Krishna si sente incompleto senza la Sua presenza.
Al fine di adorare accuratamente le sue Divinità, Madhavendra Puri consigliò ad Advaita di sposarsi. Egli suggerì che un rinunciante ha la tendenza ad abbandonare le proprie Divinità all’istante della morte, mentre un uomo sposato ha sempre la moglie, dei figli, e altri parenti o discendenti che possono continuare il servizio della Divinità se a qualcuno accade di ammalarsi o di morire. Inoltre Madhavendra Puri assicurò ad Advaita Prabhu che si sarebbe fatto carico delle reazioni a qualsiasi offesa rivolta alla Divinità per le quattordici generazioni successive della famiglia di Advaita (l’Advaita Vamsa). Questo fu uno dei motivi per cui Advaita Prabhu si sposò e creò la linea della famiglia di Advaita. Un’altra ragione, come abbiamo visto anche nel caso di Nityananda Prabhu, era quella di diffondere lo yuga-dharma tra le persone sposate, in opposizione al gruppo dei trascendentalisti solitari.
Madhavendra Puri si recò a Santipura con Advaita e rimase con lui per un mese. Mentre si trovavano là, egli istruì Advaita nella scienza del canto, dicendogli che il potere del santo nome è l’unico metodo per ottenere la liberazione, nell’attuale era di Kali. Fu allora, a Santipura, che Madhavendra Puri iniziò Advaita Prabhu. Poco tempo dopo la cerimonia di iniziazione, Madhavendra Puri lasciò Santipura per continuare la sua missione in altre parti dell’India.
Advaita Prabhu diventò il più rispettato vaisnava di Santipura. Una volta, dopo aver sconfitto un dotto campione durante un dibattito, dal cielo una voce pronunciò queste parole: “Questo brahmana non è un uomo comune. Egli è Dio Stesso. Poiché nessuno è più erudito di lui, il suo nome è Advaita (che significa “impareggiabile” e anche “non differente”)”.
Advaita Prabhu incontrò Haridasa Thakura, il devoto nato in una famiglia musulmana, che era completamente votato al canto dei santi nomi di Hari, essi diventarono grandi amici. Advaita costruì una residenza dentro una caverna per Haridasa e lo istruì personalmente nella filosofia della coscienza di Krishna. È impossibile descrivere il rispetto reciproco che questi due devoti provavano. Insieme essi organizzarono il sankirtana a Navadvipa prima che Mahaprabhu arrivasse ad operare con loro. Advaita Prabhu cercò di incoraggiare il giovane Nimai Pandita a unirsi al loro gruppo del sankirtana, ma Nimai era interessato soltanto all’erudizione (prima dei suoi divertimenti del sankirtana). Ci volle del tempo (e la Sua relazione con Isvara Puri) prima che Mahaprabhu si addolcisse e dimostrasse ampiamente il Suo apprezzamento per i vaisnava.
Prima del suo matrimonio, Advaita Prabhu aveva iniziato i più intimi associati di Mahaprabhu, come Vasudeva Datta, Bhagavat-acarya, Syamadasa, Yadunandanacarya (il guru di Srila Raghunatha Dasa Gosvami) e anche i genitori di Caitanya Mahaprabhu. Questa storia può essere narrata nel modo che segue.
Quando il piccolo Nimai rifiutò di bere il latte dal seno di Sua madre, furono chiamati tutti i medici della città; il bambino non mangiava e tutti temevano che si potesse ammalare. Poiché niente alleviava la condizione del bambino, Jagannatha Misra e madre Saci chiamarono Advaita Acarya, perché egli era noto per la Sua conoscenza spirituale e forse avrebbe potuto aiutare il piccolo Nimai. L’analisi della situazione da parte di Advaita Prabhu è la seguente: Stabilendo l’esempio del perfetto devoto, Nimai, mangerà soltanto prasadam, cibo offerto a Krishna con amore e devozione. Madre Saci non era iniziata e quindi il latte del suo seno era da considerarsi come non offerto; non era considerato il prasadam appropriato. Nimai quindi non avrebbe accettato il latte del suo seno ma avrebbe invece solo pianto, finchè la situazione non fosse stata rettificata. La risoluzione al dilemma, disse Advaita, consisteva nell’iniziare prontamente sia madre Saci sia il marito, Jagannatha, al canto del maha-mantra Hare Krishna. Allora, concluse, Nimai avrebbe bevuto il latte della madre. Piuttosto rassicurato, il piccolo Nimai bevve a sazietà, e tutti a Navadvipa provarono un grande sollievo.
Quando Advaita Prabhu raggiunse i cinquant’anni, decise di seguire il consiglio di Madhavendra Puri e di sposarsi. Nrisimha Bhaduri, il padre della promessa sposa, era un brahmana colto e dedito alla rinuncia del distretto Narayanapura di Saptagrama. Sua figlia Sita somigliava alla dea della fortuna, e stando alla tradizione, era un incarnazione di Yogamaya, la potenza mistica del Signore. Ella apparve in questo mondo nel mese di settembre, quattro giorni prima di Radhastami, il giorno dell’apparizione di Srimati Radharani. Lei vide per la prima volta Advaita a bordo di una barca, mentre attraversava il Gange insieme al padre e a sua sorella minore, Sridevi. Nrisimha Bhaduri e le sue figlie rimasero impressionati dalla meravigliosa forma dorata di Advaita Prabhu mentre compiva la Sua adorazione sulle rive del Gange. Sitadevi, in particolare, apprezzò la bellezza di Advaita. Alcuni giorni dopo, Nrisimha Bhaduri portò la figlia a Santipura a compiere l’adorazione della dea Bhagavati. Gli occhi di Sita incontrarono quelli di Advaita, ed entrambi provarono un’ammirazione reciproca. Syamadasa allora suggerì a Nrisimha Bhaduri l’idea di un matrimonio: “Tua figlia è proprio Yogamaya e Advaita è Dio Stesso! Chi potrebbe anche solo immaginare un’unione migliore?” Egli dette sua figlia in sposa a Phuliyaghata sulle rive del Gange. In seguito, Nrisimha Bhaduri diede in sposa ad Advaita anche la figlia minore, Sridevi.
Advaita Prabhu iniziò le Sue due giovani mogli proprio come Paurnamasi-Yogamaya aveva dato l’iniziazione a due giovani duti (le ragazze che consegnavano i messaggi a Radha e Krishna) Vira e Vrinda. Egli dette loro istruzioni sul vaisnava siddhanta e, gradualmente, consentì loro l’ingresso alla più alta forma di meditazione: lo stadio di essere servitrici di Radharani (manjari). Crescendo negli anni e in saggezza, egli istruì i suoi discepoli sempre più nelle complessità del bhakti-yoga.
Advaita Prabhu non riusciva a tollerare l’assoluta assenza di spiritualità della gente di quest’era. Al fine di alleviare il fardello delle masse, cercò varie forme di adorazione per propiziare il Supremo. Offrì fiori a Ganga, e, per merito della divina provvidenza questi fiori fluttuarono controcorrente per toccare il corpo di madre Saci, che si stava bagnando in quel luogo. Come risultato di ciò, nacque suo figlio Visvarupa (fratello maggiore di Mahaprabhu), un incarnazione di Sankarsana. Le Scritture affermano che il Signore, sempre molto gentile verso i Suoi devoti, Si offre a chiunque Gli offra anche solo una foglia di tulasi o un sorso d’acqua. Sapendolo, Advaita Prabhu si sedette sulle rive del Gange e, con il corpo che tremava e sudava per l’estasi, gridò al Signore di discendere, mentre offriva acqua e foglie di tulasi al Gange. Fu dunque grazie alla misericordia di Advaita che il Signore apparve.
Quando Mahaprabhu esibì i Suoi divertimenti a Navadvipa, Advaita Prabhu si era già stabilito a Santipura; tuttavia, Advaita avrebbe visto il Signore regolarmente. Il Caitanya-bhagavata informa che quando Mahaprabhu esibì per la prima volta le Sue divine opulenze (maha-prakasa) a casa di Srivasa Thakura, Ramai Pandita andò a Santipura a parlarne ad Advaita. Advaita si recò immediatamente a Navadvipa con la Sua paraphernalia per l’adorazione, al fine di compiere la prima celebrazione di Caitanya Mahaprabhu in casa di Nandana Acarya. In quella circostanza, Advaita Prabhu adorò il Signore con questo verso: namo brahmanya devaya, go brahmana-hitaya ca, jagat-hitaya krisnaya, govindaya namo namah, “I miei rispettosi omaggi a Krishna, che è Govinda, il Signore dei brahmana, l’amico delle mucche, e il benefattore dell’universo.” Poiché egli non vide mai alcuna differenza tra Mahaprabhu e Krishna, non usò mai alcun mantra nuovo o separato per l’adorazione di Sri Caitanya. Advaita Prabhu fu il primo ad affermare vigorosamente che Mahaprabhu non era altri che il Signore Supremo in Persona, e sempre ad Advaita fu concessa la visione di Mahaprabhu nella forma universale.
Acyutananda, il primo figlio di Advaita Prabhu, nacque nel 1493, sette anni dopo la nascita di Mahaprabhu; Balarama, Gopala, Krishnadasa e i gemelli Jagadisa e Svarupa nacquero invece a intervalli di quattro anni, tutti dal grembo della Sua prima moglie, Sitadevi. In seguito Advaita Prabhu rifiutò tre dei Suoi figli che avevano deviato dal sentiero di Mahaprabhu e ne accettò tre: Acyutananda, Gopala, e Krishnadasa. Balarama e Krishnadasa furono gli unici due figli a entrare nella vita di famiglia; gli altri quattro diventarono dei sannyasi. Tutti ricevettero l’iniziazione dalla loro madre, Sitadevi. (Il Prema-vilasa afferma che anche Sridevi, la sorella minore, ebbe un bambino, un maschio di nome Chota Syama dasa, ma si dice che il bimbo sia morto subito dopo la nascita).
Acyutananda fu considerato il figlio maggiore di Advaita; alcuni affermano che egli prese l’iniziazione da Gadadhara Pandita e che visse a Puri come Suo servitore. La tradizione riporta che Acyutananda incarnava la pura devozione secondo lo spirito di suo padre.
Advaita Prabhu era sempre bramoso di ricevere la polvere dei piedi di Nimai Pandita, di servirlo come un umile servitore, ma Nimai trattò sempre Advaita come il suo superiore degno di adorazione. Quindi Advaita Prabhu preparò un piano, o meglio, un trucco, per ottenere la misericordia di Mahaprabhu.
Advaita cominciò a insegnare la filosofia impersonalista (mayavadi o Sankarita) a Santipura, e ciò fece infuriare Nityananda e Mahaprabhu che si recarono a Navadvipa per punirlo. I due divini fratelli si consultarono dapprima con Gauridasa Pandita, il quale raccontò che quando aveva chiesto ad Advaita Prabhu se “dobbiamo tutti essere considerati uno con Dio,” Advaita aveva risposto, “Sì”, e poi aveva mostrato a Gauridasa la Sua forma a quattro braccia e poi quella a sei braccia. Mahaprabhu fu davvero divertito nel sentirlo, ma finse di essere nel sentimento collerico di Sri Nrisimha. Precipitatosi nel luogo dove si trovava Advaita Prabhu, lo trovò che predicava il suo sciocco impersonalismo. Egli pose ad Advaita le seguenti domande per tre volte: jnana-vada va bhakti-vada (“Cos’è meglio: la devozione a un Dio personale o al monismo impersonalista che è contaminato dalla conoscenza?”), e, per tre volte, Advaita rispose, “Jnana!” Allora, in un impeto di collera, Mahaprabhu lo colpì alla schiena con i Suoi piedi di loto e prese a lottare per gioco con lui. Fu soltanto grazie alle continue suppliche di Sitadevi che Mahaprabhu desistette. Ella era inconsapevole del fatto che l’intero scenario era stato orchestrato da Advaita Acarya, perché sentiva che in tal modo avrebbe potuto ricevere facilmente l’attenzione e la misericordia del Signore.
Quando Mahaprabhu accettò il sannyasa, madre Saci accusò Advaita Acarya, il proprio guru, di aver inizialmente convinto il suo primo figlio Visvarupa a lasciarla e ad accettare il sannyasa, e ora egli si portava via il suo figlio minore nella stessa maniera. Per questa offesa al suo guru, Nimai le chiese di toccare i piedi di loto di Advaita Prabhu, e poi, grazie a uno spirito di autentica gratitudine, Nimai le accordò il dono dell’amore divino (prema-dhana).
Un giorno i tre Signori —Nitai, Nimai, e Advaita— desiderarono recitare una commedia sul divertimento di Krishna della raccolta del pedaggio, ossia il dana-lila. Advaita fece la parte di Krishna, Mahaprabhu di Radha, e Nityananda quella dell’anziana gopi governante che li accompagnava. Srivasa Thakura e altri devoti impersonarono le gopi, e Kamalakanta, Gauridasa Pandita, e altri fecero la parte dei pastorelli. Essi si vestirono con costumi appropriati e noleggiarono una barca sulle rive del Gange. Decorata la barca e il ghata con polpa di sandalo, con vermiglio, e ghirlande di fiori, i ragazzi intagliarono diversi bastoni, flauti, e corni per poter simulare davvero la paraphernalia che Krishna e i Suoi amici possedevano nella realtà.
Essi smisero di soffiare nei loro corni quando videro Sri Radha e le Sue amiche che sopraggiungevano portando sulla testa grandi anfore di terracotta. La donna anziana (Nitai) annunciò: “Ci stiamo recando a Mathura a vendere il nostro panir, il latte e il riso dolce!” Subala replicò: “Perché siete venute qui? In questo posto dovete pagare la tassa!” Allora Krishna si fece avanti e disse: “Sì, dovete pagare.” Le gopi cercarono di negoziare, ed erano disposte a pagare quattro monete a persona, mentre Krishna ne voleva otto. Proprio allora, le gopi dissero: “Krishna, Tu sei considerato il figlio di un re! Non ti vergogni? Non hai già abbastanza denaro? Lasciaci passare dunque!” A ciò Krishna rispose, “Bè, poiché tutte voi gopi avete un petto e un sedere tanto pesante, non Mi sarà possibile trasportare più di una di voi alla volta. La Mia barca fa acqua, vedete!” Reagendo a questa affermazione, Nitai, come gopi più anziana, cominciò a rimproverare Krishna dicendo: “Lasciaci passare immediatamente. Altrimenti il nostro panir e il latte inacidiscono!” Ma Krishna non volle ascoltare. Egli insisteva per ricevere una tassa doppia a causa del sovvrappeso del petto, del sedere e degli ornamenti delle gopi, e minacciò di rompere le anfore che avevano sul capo col Suo bastone, se non avessero pagato. A questo punto, i tre Signori si tuffarono nell’acqua in estasi e vi giocarono, mentre gli altri devoti compivano il kirtana sulla spiaggia.
Si dice che Advaita Prabhu sia rimasto nella sua manifestazione terrena per venticinque anni interi dopo la scomparsa di Mahaprabhu, un evento che mantenne Advaita e la sua famiglia in lacrime per mesi. Sentendo la separazione da Nimai e Nitai, egli, ricordandoLi costantemente e cantando i Loro nomi, riunì i suoi figli favoriti, Acyutananda, Gopala e Krishnadasa, e chiamò Viracandra Prabhu e Gauridasa Pandita da Ambika Kalna, e anche i suoi discepoli principali: Yadunandanacarya, Syamadasa e Kamadeva. Essi tennero dei kirtana in uno stato di rapimento estatico, e Advaita si fece largo immediatamente verso la stanza della Divinità di Sri Radha-Madana-gopala, per non tornare mai più. Questo evento costituisce la scomparsa di Advaita Prabhu nel 1559 a Santipura.
Advaita Prabhu Si manifestò sulla Terra per 125 anni, proprio come Sri Krishna, ma il suo lila è diviso in cinque fasi. Come nei lila di Krishna, Advaita manifestò prima di tutto tre fasi: kaumara (infanzia), pauganda (adolescenza) e kaisora (gioventù). Ma Advaita Prabhu esibì anche un quarto e un quinto stadio, conosciuto come yauvana (l’età adulta) e varddhakya (o anzianità trascendentale). Secondo gli acarya riconosciuti, Advaita nella Sua forma idealizzata (nella Navadvipa eterna), appare in una giovinezza sempre fresca, nonostante la Sua “vecchiaia”. Riferimenti a un Advaita giovane e “senza barba” possono essere reperiti anche nel commentario sul Caitanya-bhagavata (Madhya-khanda, 16.99) di Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati Thakura. Tuttavia, gli acarya vaisnava hanno concluso che essendo Advaita il vaisnava più anziano del suo periodo, circa cinquant’anni più anziano di Mahaprabhu, può essere ritratto correttamente con i capelli e la barba lunghi nei suoi divertimenti terreni.
Per concludere, va detto che Advaita Prabhu fu senza dubbio la causa efficiente sia dell’apparizione sia della scomparsa di Mahaprabhu. Mentre le sue ferventi preghiere portarono Mahaprabhu su questo pianeta, un punto che abbiamo già toccato in precedenza, fu il suo poema criptico, in cui affermava che “non c’è più bisogno di riso al mercato perché tutti sono impazziti come Mahaprabhu stesso”, che portarono alla scomparsa di Mahaprabhu. Questo sonetto contiene un significato nascosto che confuse la massa dei devoti. Soltanto Svarupa Damodara, Mahaprabhu e, forse, Jagadananda Pandita, che portò la poesia di Advaita Acarya a Mahaprabhu, furono in grado di comprenderlo appieno. In sostanza, il “riso”, rappresentava Mahaprabhu Stesso, e poiché l’amore per Dio era stato diffuso a sufficienza, il “riso” non serviva più. Advaita, in sintesi, afferma che Mahaprabhu aveva completato la Sua missione, aveva terminato ciò che intendeva ottenere. Poiché le persone, ora, erano intossicate dall’amore per Dio, non era più necessario che Mahaprabhu rimanesse sul pianeta, a fornire riso “al mercato”. In tal modo, Advaita Prabhu gioca quello che in qualche modo può essere considerato il ruolo più importante nei divertimenti di Mahaprabhu —egli svela i lila del Signore alle anime condizionate nel mondo fenomenico, e poi, dopo aver portato a termine la missione d’amore di Mahaprabhu, la conclude e la rinvia nel mondo spirituale.
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febbraio 5, 2012 Sri Nityananda Prabhu

Sri Nityananda Prabhu
Nityananda Prabhu nacque nel paese di Ekcaka, anche chiamato Ekachakra, nella regione di Rahri (Radhadesa), circa 8 miglia ad est di dove si trova la stazione dei treni di Mallarpura nella regione di Birbhum (bengala occidentale).
Il signore Nityananda apparve in Radhadesha per compiere il suo ruolo nella rappresentazione del divino gioco del Signore. Nacque da Hadai Pandita e da Padmavati. Comparse nel paese di Ekachakra, nella regione di Gauda. Fin da piccino manifestò le qualità dell’intelligenza e della qualificazione per la spiritualità. (si notava che non era un bambino comune). Il bambino era milioni di volte più bello di Cupido e il suo corpo era così delicatamente bello che gli abitanti del paese non avrebbero mai smesso di abbracciarlo, e tutti gli volevan bene più che ai propri figli.
Sri Caitanya Mahaprabhu spiegò che Sri Nityananda era il suo fratello eterno. Sri Krishna e Sri Balaram apparvero come Gauranga e Nityananda, Goura – Nitay. Sri Balaram è il Servitore originale di Sri Krishna, e Nityananda è il Maestro spirituale originale che si occupa della salvezza delle anime più cadute.
Preghiera al Signore Nityananda Prabhu
Adoro costantemente Shri Nityananda Prabhu, radice dell’albero della Krishna-bhakti, il cui volto luminoso si fa gioco della luna d’autunno.
Il Suo corpo è fulgente ed è manifestazione di pura energia spirituale.
Egli è simile ad un elefante pazzo, intossicato di Amore per Krishna.
E’ sempre sorridente e i Suoi occhi roteano per l’estasi di Krishna-prema.
Nelle mani di loto tiene uno scettro splendente e attraverso il nama-sankirtana annienta l’influenza di Kali-yuga.
Adoro costantemente Shri Nityananda Prabhu, radice dell’albero della Krishna-bhakti, ricettacolo di tutti i rasa.
Egli è impareggiabile, ed è tutto per i Suoi devoti.
Sposo e signore di Vasudha e Jahnavadevi, Egli le considera più della Sua stessa vita.
Sempre pazzo di Amore per Krishna, Shri Nityananda rimane inaccessibile a coloro la cui intelligenza è meschina.
Adoro costantemente Shri Nityananda Prabhu, radice dell’albero della Krishna-bhakti, che è molto caro a Shri Shacinandana.
Manifestazione di suprema gioia, Egli è glorificato nell’universo intero.
Con la Sua misericordia senza limiti libera le anime che annegano nell’oceano dell’era di Kali, e dedicandosi all’Harinama-sankirtana ostacola l’espandersi del gorgo di nascite e morti.
Adoro costantemente Shri Nityananda Prabhu, radice dell’albero della Krishna-bhakti, che così si rivolge a Shri Caitanya: “Fratello Gauranga, quale sarà il destino delle povere anime di Kali-yuga e come possiamo salvarle Ti prego, consiglia un metodo attraverso il quale possano facilmente ottenerTi!”.
Adoro costantemente Shri Nityananda Prabhu, radice dell’albero della Krishna-bhakti, che vaga per la regione del Bengala andando di porta in porta ed esclamando, a braccia aperte: “Fratelli, per favore, cantate il Santo Nome di Hari.
Così facendo, mi concederete il grande merito di avervi salvato dall’oceano dell’esistenza materiale”.
Adoro costantemente Shri Nityananda Prabhu, radice dell’albero della Krishna-bhakti, l’Agastya Muni che inghiotte l’oceano di nascite e morti ripetute.
Egli è la luna piena che sorge, e ingrossa la marea di beatitudine delle persone pie, e come un sole dissipa la buia ignoranza di coloro che sono privi di fede.
Adoro costantemente Shri Nityananda Prabhu, radice dell’albero della Krishna-bhakti, che danzando per le vie del Bengala canta e grida: “Haribol! Haribol!”, distribuendo sguardi colmi di misericordia persino a coloro che non sono compassionevoli nemmeno con loro stessi.
Adoro costantemente Shri Nityananda Prabhu, radice dell’albero della Krishna-bhakti, il Quale stringe la soffice mano di loto di Shri Caitanya Mahaprabhu e il cui cuore è inondato di estasi quando Lui e Shri Gauranga si guardano l’un l’altro.
Tutti sono deliziati dalla Sua dolcezza infinita.
Possano i piedi di loto di Shri Nityananda Prabhu, inesauribile bacino dei dolci rasa della bhakti e sommo tesoro dei vaishnava, dimorare nel cuore di chi reciterà queste strofe meravigliose.
Shrila Vrindavan Das Thakura
Buon Mahotsava ! Devoti
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dicembre 12, 2011 Meera Bai
Forse la donna più celebrata ed amata del medioevo indiano, Mirabai fu una poetessa mistica nata nel 1498.
Appartenente all’aristocrazia Rajput della regione di Ajmer, Mirabai sposò giovanissima il principe Bhoj Raj della antica dinastia del Mewar, che morì tre anni dopo senza darle figli. La prassi dei regnanti Rajput prevedeva che le vedove di alto lignaggio seguissero il marito defunto sulla pira, nel rituale della Sati. Mirabai, che rimasta presto orfana di madre aveva manifestato un intenso amore per il dio Krishna sin dalla più tenera infanzia, si ribellò alla consuetudine, considerandosi nel suo intimo sposa del Dio molto più che del marito morto, e si dedicò alla frequentazione di mistici, sadhu e guru, attività considerata allora altamente scandalosa per una donna. La storia della sua vita è infatti piena di leggende che ruotano intorno alla sua sfida di partire e peregrinare, alla sua sopravvivenza miracolosa ed ai tentativi della famiglia di perseguitarla ed ucciderla.
Le sue pratiche devozionali di tipo estatico, influenzate dalla appartenenza al movimento Bhakti di parte della sua famiglia di origine, divennero sempre più intense e la sua fama cominciò a diffondersi tra tutti i gruppi sociali e le caste. Probabilmente fu verso i suoi 30 anni che Mirabai intraprese la vita errante nei luoghi cari alla memoria di Krishna, le città di Vrindavan e Mathura, dove folle di fedeli si riunivano per ascoltare il suo canto e i suoi poemi. Spese i suoi ultimi giorni a Dwarka, in Gujarat, dove secondo la tradizione Krishna aveva vissuto i suoi ultimi anni. Dice la leggenda che Mirabai terminò la sua vita fondendosi con l’amata divinità racchiusa nel tempio della cittadina. Il suo sari fu rinvenuto avvolto all’idolo e il suo corpo non fu mai trovato.
Le poesie di Mirabai riflettono l’amore per Krishna espresso secondo i canoni della poesia d’amore indiana del tempo: il lessico e le immagini utilizzate nel suo canto mistico sono infatti le stesse della poesia d’amore profano. Tutti i suoi poemi sono dedicati a Krishna, suo unico amore. Credeva di essere stata, nella sua vita precedente una delle numerose Gopi di Vrindavan, le pastorelle che, secondo la narrazione tradizionale, innamorate di Krishna erano in continua ricerca di unione spirituale e fisica con lui. I suoi scritti sono allo stesso tempo spirituali e sensuali ed in questi Krishna è l’unico oggetto del desiderio; l’aspetto affettivo diviene nelle parole di Mirabai talmente forte da far svanire il senso tradizionale di Moksha come liberazione, presentando Bhakti, la devozione d’amore, come l’obiettivo in sè, il fine supremo per il quale conta solo l’amore realizzato.
La collezione dei suoi canti è detta Padavali, collana di canti, secondo il termine utilizzato al tempo per brevi canti spirituali, Pada, e sono composti in versi semplici con ritornello. I canti di MiraBai, molto popolari, sono scritti nel dialetto marwari del Rajasthan, ma sono stati generalmente alterati e trasformati nella Hindi della zona di Vrindavan.
Sono accompagnati da una dolce melodia caratteristica di questi canti di devozione e la semplice fede e l’evidente brama dell’unione con il sommo Dio sono espresse nelle sue liriche nel modo più convincente.
Un tale amore
non lo devi lasciar sfuggire mai.
devi dargli tutto – corpo
cuore, ricchezza – devi farlo
abitare dentro di te,
e guardando nel suo viso devi bere
la felicità dai suoi occhi,
e farlo diventare come vuole,
e sia segno di una tua
fortuna impareggiabile.
Loto senz’acqua, notte senza luna,
Senza di Te la vita è senza senso.
Passo la notte sempre più turbata,
Questa Tua assenza m’accorcia la vita.
Di giorno non ho fame, la notte sonno,
La bocca non sa esprimer tanta pena:
Con chi parlare? Nessuno più m’ascolta.
Vieni, ritorna, estingui questo fuoco.
Signore interno, perché così mi schianti?
Vieni e dal dolore liberami per sempre.
Fui Tua serva per tante vite anteriori,
Solo Te amo, Amore, divino Amante.
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dicembre 2, 2011 Sulla Compassione – Madre Teresa di Calcutta

– MADRE TERESA –
Pensieri
Racconti
Preghiere
Rizzoli editore
prima edizione: ottobre 1998
traduzione di Adriana Dell’Orto
——————-
SULLA COMPASSIONE
Non sapremo mai
quanto può fare un semplice sorriso
Non ricorriamo a bombe e cannoni per conquistare il mondo. Ricorriamo all’ amore e alla compassione.
La pace inizia con un sorriso. Sorridete cinque
volte al giorno a qualcuno cui in realtà non avreste la minima intenzione di sorridere. Fatelo per la pace.
Irradiamo la pace di Dio e accendiamo in tal
modo la Sua luce e spegniamo nel mondo e nei cuori di tutti gli uomini tutto l’odio e l’amore del potere. Sorridiamoci a vicenda. Non è sempre facile.
A volte ho difficoltà a sorridere alla mia consorella, ma allora prego.
Dio ama il mondo per il tramite vostro e mio. Siamo noi quell’amore e quella compassione? Cristo è venuto sulla terra a rappresentare la compassione del Padre.
Dio ama il mondo per il tramite tuo e mio e di tutti coloro i quali rappresentano il Suo amore e la Sua compassione nel mondo.
C’è molta sofferenza nel mondo, moltissima. La sofferenza materiale è la sofferenza di chi ha fame, di chi non ha una casa, di chi è malato, ma continuo a ritenere che la sofferenza più profonda sia quella di chi è solo, di chi non si sente amato, di chi non ha nessuno.
Sono giunta a rendermi conto sempre più intimamente che la peggior malattia che un qualsiasi essere umano possa mai sperimentare è quella di non essere desiderati.
In questi tempi di sviluppo, il mondo intero corre e ha una gran fretta.
Ma vi sono quelli che cadono lungo il percorso e non hanno la forza di proseguire. Sono questi coloro di cui dobbiamo preoccuparci.
Dobbiamo essere molto sinceri nei nostri vicendevoli rapporti, e avere il coraggio di accettarci a vicenda come siamo. Non sorprendiamoci, né preoccupiamoci dei nostri errori; cerchiamo e troviamo invece ciò che c’è di buono nel nostro prossimo, perché ciascuno di noi è stato creato a immagine e somiglianza di Dio.
Gesù l’ha espresso in modo esemplare: “Io sono la vite, voi siete il tralcio. La linfa vitale che dalla vite fluisce in
ogni tralcio è la stessa.
Sii gentile nelle tue azioni. Non credere di essere l’unico capace di svolgere un lavoro efficiente, un lavoro degno di essere esibito. Ciò ti rende duro nel giudicare gli altri che forse non possiedono le stesse doti.
Fa’ del tuo meglio e confida che gli altri facciano del loro meglio. E sii fedele nelle piccole cose perché è in esse che risiede la tua forza.
I Vangeli ci ricordano che Gesù, prima di predicare alle genti, provò compassione per le moltitudini che lo seguivano.
A volte la provava al punto di dimenticare di mangiare. In che modo mise in pratica la sua compassione? Moltiplicò i pani e i pesci per soddisfare la loro fame.
Diede loro da mangiare finche non furono completamente sazi, e avanzarono ancora dodici canestri colmi di cibo. Soltanto allora iniziò a predicare.
Amandoci l’un l’altro attraverso le nostre opere, procuriamo un aumento di grazia e una crescita nell’amore divino.
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novembre 18, 2011 L’Avatara Dorato

Negli insegnamenti di Karabhàjana Rsi troviamo menzionate le differenti incarnazioni per le differenti ere (gli yuga-avatara). Nel Dvàpara-yuga, lo yuga-avatàra é menzionato nel modo seguente:
dvàpare bhagavan syamah pìta-vàsà nijàyudhah
Srivatsàdibhir ankais ca laksanair upalaksitah
“Nel Dvàpara-yuga, il Signore Krishna appare del colore di una scura nube carica di pioggia, indossando indumenti vivacemente colorati. É decorato con meravigliosi ornamenti, il Suo petto porta il segno dello Srivatsa e impugna le Sue armi”.
Dopo la descrizione dello yuga-avatàra del Dvàparayuga, Karabhàjana Rsi menziona il kali-yuga-avatàra:
iti dvàpara urv-isa stuvanti jagad-isvaram
nànà-tantra-vidhànena kalàv api tathà srnu
Dice: “Oh re, fino al Dvapara-yuga, ho terminato la descrizione delle incarnazioni che, per le differenti ere, vengono a ricordare alle persone il dovere più appropriato per la loro era. Loro vengono e ci dicono: “Se fai questo, otterrai il più grande beneficio”. O re, quando l’era di Dvàpara termina, arriva l’era di Kali. L’incarnazione per l’era di Kali é stata menzionata in molti punti nelle scritture, ed ora mi accingo a spiegarti quelle informazioni”. (S.B. 11.5.31)
Quindi dice:
krsna-varnam tvisakrsnam sàngopàngàstra-pàrsadam
yajnaih sankirtana-pràyair yajanti hi su-medhasah
In modo celato, questo verso spiega l’avvento di Sri Chaitanya Mahaprabhu. Il significato ordinario di krsnavarnam é `di colore nero’. Ma tvisa ‘krsnam significa: `Il Suo splendore non é nero’. Accompagnato dai Suoi associati, Egli é adorato con il metodo del sankirtana, il canto del Santo Nome di Krishna, e coloro dotati di un’intelligenza penetrante praticheranno questo tipo di adorazione.
Jay Sri Krishna Caitanya!!!
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ottobre 28, 2011 I dieci avatara

Il termine “Avatāra” ci viene tramandato dalla lingua sanscrita ed indica l’apparizione o la discesa sulla terra della divinità avente lo scopo di ristabilire o tutelare il “Dharma”.
La nozione religiosa di avatāra, ovvero la “discesa sulla terra della divinità” compare per la prima volta in India tra il III e il II secolo a.C., nella “Bhagavadgita”, quando Vishnu esprime l’intenzione di assumere diverse forme al fine di restaurare l’ordine cosmico, il Dharma, appunto.
Presso la religione Induista un “avatar” o “ avatāra”, è l’assunzione di un corpo fisico da parte della Divinità, o di uno dei suoi aspetti, e consiste nella deliberata incarnazione di un “Deva”, o del Signore stesso, in un corpo fisico al fine di svolgere determinati compiti. Questo termine viene usato principalmente per definire le diverse incarnazioni di Vishnu, tra cui si possono annoverare Krishna e Rama.
Gli adoratori di Vishnu quale divinità suprema, i “vaishnava” credono che il Dio si incarni ogni qualvolta avviene un declino della giustizia, unitamente all’insorgere delle forze demoniache che operano in senso opposto al “Dharma”, la legge cosmica. A tal proposito, è famosa la frase pronunciata da Krishna, ottavo avatar di Vishnu, durante la battaglia di Kurukshetra:
« Per la protezione dei giusti, per la distruzione dei malvagi e per ristabilire i princìpi della Giustizia Divina, Io mi incarno di era in era »
La dottrina dell’Avatar si riflette moltissimo nella cultura e nell’epica Induista.
I due principali avatar di Vishnu, che appaiono nell’epica induista, sono Rama, l’eroe del Ramayana , e Krishna.
Diverso dai “Deva” – o dalle divinità delle astratte “Upanishad”, che concepiscono il tutto come un essere senza forma (il Brahman), gli Avatar in questa era epica induista sono intermediari umani, tra l’Essere Supremo, rappresentato come “Ishvara,” e i mortali.
Questa dottrina ha avuto un grande impatto sulla vita religiosa degli Induisti; questo perché Dio ha manifestato Se Stesso in una forma che può essere compresa e apprezzata persino dalle persone più indifferenti. Nel corso di migliaia di anni, Rama e Krishna sono state la manifestazioni del Divino più adorate e venerate tra gli Induisti. Il concetto estratto dalle Upanishad, di sottomissione e rispetto verso l’unità di Brahman, è considerata la massima espressione del pensiero induista, e ha fornito la base teologica alla religione che arriva in aiuto all’umanità nelle epoche oscure, la più elevata divinità, l’avatar.
Il ciclo di creazione e distruzione contiene l’essenza dell’idea di “avatar” e fa veramente affidamento sull’avatar decisivo di Vishnu, chiamato “Kalki” come colui che darà l’ultima spallata al degrado etico dell’umanità.
Rama e Krishna non sono gli unici avatar della tradizione induista, la quale vuole che il Divino abbia preso forma umana in diverse epoche storiche, anche prima che l’uomo comparisse sulla terra Si conoscono molti avatar legati a Vishnu, ma poco quelli legati a Brahma o Shiva.
Alcune tradizioni Indù, in base al Ramayana affermano che Shiva si è incarnato solo una volta come l’uomo-scimmia “Hanuman” il devoto di Rama per eccellenza.
I Maha Avatara
Sono i Grandi Avatar di Vishnu, indicati e descritti nel “Bhagavata Purana” e sono dieci. Popolarmente questo insieme di Avatar è conosciuto come Dasavatara (dasa in Sanscrito significa dieci).
Balarama è il nono avatar secondo la tradizione Puranica. Tuttavia con l’aumento della popolarità del Buddhismo in India, verso la metà del I millennio d.C. si credette che Gautama Buddha fosse il nono avatar promesso (questo è un esempio di come l’Induismo assimili altre idee e culture, il che ha causato il declino del Buddhismo in India). Secondo il punto di vista prevalente nel Nord dell’India, Balarama è l’incarnazione del serpente di Vishnu: Adi Sesha, piuttosto che di Vishnu stesso.
I quattro Avatar paradisiaci
I primi quattro Avatar, che costituiscono le prime incarnazioni di Vishu, sono rappresentate da:
Matsya (il pesce), che rappresenta la vita negli oceani primordiali
Kurma (la tartaruga), lo step successivo: gli anfibi
Varaha (il cinghiale), simbolo della vita sulla terraferma
Narasimbha (l’ uomo – leone), ossia l’inizio dello sviluppo dell’uomo.
Tutte queste manifestazioni appartengono all’ “Età dell’Oro”, che durò fino al 606 d.C.
Ogni ciclo avatarico, in cui la manifestazione della divinità scende sulla terra per ristabilire l’ordine cosmico, dura 6500 anni, ma con il passare delle epoche il potere degli Avatar si fa sempre più complicato, ed è per questo che il ritorno all’ordine cosmico che ognuno di essi attua è solamente parziale e sempre più debole.
Il “Dharma” è tradizionalmente rappresentato da un Toro, che con il passare delle epoche perde forza nelle gambe, fino a non reggersi più in piedi. Poi però, senza soluzione di continuità, il ciclo avatarico riprende e si rinnova con un nuovo Matsya, Kurma, Varaha e Narasimbha.
Nel II° ciclo avatarico però, vediamo apparire dopo Matsya, Kurmavatara: l’uomo – tartaruga.
Egli rappresenta l’Eroe culturale per eccellenza, che giunge nel momento in cui la dualità tra cielo e terra (rappresentata dalla tartaruga a doppio guscio) diventa una sorta di “norma”, che guida l’umanità.
Kurma nasce infatti dal succo dell’ “Uovo Cosmico”, dove erano racchiuse le due metà del mondo. Kurma è anche simbolicamente associato alla leggenda dell’ “Oceano di Latte”, l’ Artide, da cui nascono moltissimi simboli induisti che, curiosamente, trovano importanti parallelismi nella mitologia Maya.
Il terzo avatar del II°ciclo è l’ uomo – cinghiale, che ha avuto la funzione di risollevare la terra dalle acque primeve (esistenti prima della creazione).
Il quarto avatar è l’uomo-leone, che ha avuto il compito di difendere il Principe Prahdala dal Re, incapace di difendere la memoria degli Dei originari.
I sei Avatar post-paradisiaci
Sono rappresentati da:
Vamana, il nano, simboleggia invece l’incompleto sviluppo dell’essere umano
Parashurama, l’abitante della foresta, suggerisce il concetto dello sviluppo fisico completo, dell’umanità
Rama, il re, Rama il signore, rappresenta l’abilità umana a governare le Nazioni.
Krishna, un esperto in 64 settori della scienza, in accordo con la religione Induista, rappresenta l’evoluzione culturale dell’umanità.
Buddha, l’Illuminato, simboleggia l’illuminazione e l’evoluzione spirituale dell’uomo.
Kalki, l’avatar dal cavallo bianco, rappresenta la finale liberazione dell’uomo e il ritrovamento della propria natura divina.
L’inizio dell’ “Età Argentea” (Treta-yuga) rappresenta la seconda delle quattro ere di evoluzione della vita, e precisamente il periodo durante il quale l’essere umano riesce a comprendere il magnetismo divino il quale è all’origine delle varie forze elettriche. Il magnetismo è in stretta correlazione con l’esistenza di tutto il creato.
Il Tretā Yuga ha una durata di 3.600 anni. La sua alba e il suo tramonto (ovvero i suoi sandhi, periodi di transizione tra i diversi “Yuga”) hanno entrambi la stessa durata di 300 anni. I sandhi sono i periodi di transizione tra i rispettivi Yuga.
Quest’epoca è caratterizzata da una visione spirituale duale e demoniaca, meno integra rispetto all’originaria: con il primo di questi Avatar, il nanesco Vamana inizia la nuova storia dell’umanità dopo la perdita dello stato primordiale.
I cosiddetti “Tre passi del Nano” rappresentano la presa di coscienza di un importante simbolismo annuale legato al sole, e sono gli equivalenti avatarici del rigvedico (la manifestazione più antica) Vishnu.
Parashurarama, che rappresenta lo sviluppo fisico completo, dell’umanità, è il simbolo del divino incarnatosi per sconfiggere la classe dei guerrieri che deteneva il potere. Il nome significa letteralmente “Rama con l’ascia” (dal sanscrito parashu, “ascia”).
Egli ha appreso l’arte della guerra direttamente da Shiva, che gli dona l’ascia che Parashurama userà per arrestare l’avanzata dell’oceano salvando le terre che oggi corrispondono alle regioni di Maharashtra e Karnataka. Parashurama è considerato un “Brahma-Kshatrya”, cioè una via di mezzo fra un brahmano (un sacerdote) ed uno kshatriya (un guerriero dedito alla vita militare).
Il settimo avatar di Vishnu è Rama, il suo nome completo è Ramachandra, e spesso viene preceduto dal titolo di rispetto induista, Shri. Egli rappresenta la personificazione dell’Assoluto Brahman e l’incarnazione del Dharma, l’Uomo Perfetto (Maryada Purushottama). È l’avatar dell’età dell’argento per eccellenza, caratterizzata dalla comparsa del vizio e della malvagità. Rama è la più famosa e popolare manifestazione del Dio Supremo, ed è riconosciuto come l’immagine, lo spirito e la consapevolezza dell’Induismo, la religione organizzata più antica del mondo, e della civilizzazione umana dal punto di vista indiano. La vita e le imprese eroiche di Rama sono narrate nel “Ramayana”, un antico poema epico in sanscrito, che letteralmente significa “Il viaggio di Rama”. Come tutte le altre rappresentazioni fisiche più importanti di Vishnu, Rama è invocato attraverso numerosi appellativi che si riferiscono ai suoi attributi e caratteristiche, tra cui i principali sono:
Ramachandra, Rama che risplende come la luna (per via del suo aspetto splendido e luminoso)
Danava Bhanjana, distruttore di demoni
Daya Sagara, oceano di compassione
Dina Bandhu, amico dei derelitti
Patita Pavana, redentore e salvatore dei peccatori
Alakha Niranjana, eternamente puro
Krishna, l’ottava manifestazione è l’avatar per eccellenza, ed il suo nome è spesso preceduto dal titolo di rispetto induista, Shri. Il termine Krishna in sanscrito ha il significato letterale di “nero” o “scuro”, ed identifica qualcuno con la pelle scura. Il Brahma Samita descrive il colorito della pelle di Krishna come simile al colore delle nuvole cariche di pioggia, ed è per questo che egli è spesso rappresentato nei quadri col volto e la pelle blu, blu scuro se non addirittura nera. Da questo deriva uno dei suoi epiteti, Ganashyama, che letteralmente significa appunto “dalla pelle del colore delle nubi cariche di pioggia”.
La tradizione afferma che il significato primario di Krishna, Vishnu, sia comunque “l’infinitamente affascinante”, giustificato da un’interpretazione di un verso nel Mahabharata. Krishna è inoltre il cinquantasettesimo nome di Vishnu, e significa “Esistenza di conoscenza e beatitudine”.
Krishna, principe della famiglia reale di Mathura era l’ottavo figlio di Devaki e Vasudeva: Il sovrano di Mathura, Kamsa, udita la predizione che avrebbe ricevuto la morte per mano di un figlio della cugina Devaki, faceva uccidere sistematicamente i figli della donna. Krishna venne scambiato con un altro neonato e riuscì a scampare alla morte, venendo affidato di nascosto al pastore Nanda e a sua moglie Yashoda. Saputa la notizia della presenza del bimbo Krishna nel villaggio di Vrindavana il sovrano per ucciderlo, inviò un demone, che assunse le sembianze di una bellissima donna la quale, visitando le giovani madri, chiedeva di poter tenere in braccio i piccoli e allattarli al proprio seno. In realtà, essendo il latte avvelenato, tutti i neonati morivano dopo essere stati allattati. Ma quando giunse presso la dimora di Krishna, una volta presolo in grembo e iniziato ad allattarlo, egli, immune al veleno, cominciò a succhiare tanto avidamente dal seno della donna da provocarne la morte; una volta morta, la donna riprese le sue vere sembianze di demone, svelando così il complotto.
Così Krishna trascorse l’infanzia, tra i pastori, e le loro mogli e figlie, da queste vezzeggiato prima e amato poi.
Durante la sanguinosa battaglia di Kurukshetra, descritta nel poema epico del Mahabharata , Krishna prese le parti dei virtuosi principi Pandava contro i loro cugini usurpatori del regno. Krishna, essendo imparentato con entrambi i rami della famiglia, chiese ad Arjuna (il terzo dei Pandava) e a Duryodhana (il maggiore dei Kaurava), giunti alla sua dimora per chiedere alleanza, di scegliere tra il suo esercito e la sua presenza fisica sul campo di battaglia, con la condizione che però egli non avrebbe combattuto. Il Pandava scelse la sua vicinanza (per questa ragione Krishna sarà l’auriga del suo carro), rendendo soddisfatto anche Duryodhana, il quale poté appropriarsi del potente esercito di Krishna. Prima della battaglia, trovatosi davanti a cugini, nonni, mentori ed amici schierati nella fazione avversaria, Arjuna cedette all’attaccamento e all’angoscia, si rannicchiò piangendo e si rifiutò di combattere. Krishna infuse forza e coraggio all’eroe rammentandogli il proprio Dharma di guerriero ed impartendogli una serie di insegnamenti filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale. Grazie alla vicinanza di Krishna, i Pandava ottennero la vittoria a Kurukshetra nonostante l’inferiorità numerica del loro esercito rispetto ai Kaurava.
Dopo l’autodistruzione della sua stirpe, attuatasi per mezzo di una feroce guerra interna, Krishna si ritirò nella foresta dove fu raggiunto da una freccia al calcagno, unico suo punto vulnerabile. Lasciò il corpo e riacquistò la sua forma divina. La morte fisica di Krishna, avvenuta nell’anno 3102 a.C. segna la fine della terza era del mondo, e l’inizio dell’era attuale.
Come per tutte le altre forme delle divinità , anche Krishna è invocato attraverso innumerevoli nomi, tra cui:
Bhagavan, Beato
Govinda o Gopala, pastore o protettore delle mucche
Hrishikesha, Signore dei sensi
Jagatpati, il Signore dell’Universo
Janardana, Colui che fa tremare i demoni, il vincitore degli atei o colui che mantiene tutti gli esseri
Krsna, l’Infinitamente Affascinante
Mana Mohana o Manohara, Colui che affascina la mente
Madhava, Colui che distrugge l’illusione, l’ignoranza o sposo della dea della fortuna
Madhusudana, Uccisore del demone Madhu, simbolo dell’ ego
Maheśvara, il Maestro assoluto
Murari, distruttore del demone Mura
Murali Manohara, Colui che rapisce la mente col flauto
Mukunda, Colui che dona la Liberazione
Panduranga, Guida dei Pandava
Puruşottama, la Persona Suprema o il Padre di tutti gli esseri
Rãma, fonte inesauribile di felicità
Vişņu, il sostegno di tutto ciò che esiste
Yajnapati, il beneficiario e il maestro di tutti i sacrifici
Yogeśvara, il maestro di tutti i poteri o il maestro di tutti gli yoga
Buddha, la nona manifestazione: come dice il nome, un “risvegliato” (buddha è infatti il participio passato del sanscrito budh, prendere conoscenza, svegliarsi) ed indica, secondo il Buddhismo un essere che ha raggiunto l’ illuminazione (bodhi), in particolare il massimo grado di essa : “samyaksamhbodhi”
Negli insegnamenti mahāyāna il buddha storico (Gautama Buddha o Buddha Sakyamuni, si è manifestato sulla nostra terra con il suo “Corpo di apparizione” come già “illuminato” prima ancora di manifestarsi come tale. Il Buddha Śākyamuni, come qualsiasi altro Buddha, ha completato il cammino lungo le dieci terre (buhmi) dei “bodhisattva”, ottenendo il corpo assoluto e, per il bene degli esseri senzienti, ha acquisito anche i “corpi della forma” che consistono del “sambhogayaka” (“Corpo della fruizione”, dotato dei Trentadue Segni maggiori di un Buddha, percepito tuttavia solo dai bodhisattva che hanno raggiunto le ultime tre terre) e il “nirmanakaya” (Corpo di apparizione) percepito invece da tutti esseri senzienti.
I trentadue segni principali di un Buddha
Piedi ben piantati per terra
Disegno di una ruota con mille raggi sulle piante dei piedi
Lunghe dita sottili
Arti slanciati
Dita delle mani e dei piedi affusolate
Arti flessibili
Gambe lunghe
Gambe sottili come quelle di un’antilope
Braccia che arrivano alle ginocchia
Pene ricoperto da una guaina
Braccia allargate uguale all’altezza del corpo
Peluria del corpo crespa
Corpo irsuto
Corpo dal colore dorato
Corpo che emette raggi di luce lunghi una distanza di dieci piedi.
Pelle delicata
Membra del corpo ben proporzionate
Spalle ben formate
Corpo maestoso come quello di un leone
Corpo ben eretto
Spalle muscolose
Quaranta denti tutti ben dritti
Denti privi di spazio tra loro
Denti bianchi
Mascelle forti come quelle di un leone
Saliva che aromatizza il gusto dei cibi
Lingua ampia
Voce meravigliosa
Occhi azzurri
Ciglia come quelle di un toro
Bianco ciuffo di peli luminoso tra le sopracciglia
Protuberanza sul cranio
I Buddha appaiono quindi con un un corpo di sola apparenza con cui si manifestano nei mondi dimostrando la loro illuminazione e insegnando il Dharma. Questo insegnamento si compone di “Tre giri della Ruota del Dharma” (tridharmacakra):
il primo giro della “Ruota del Dharma” corrisponde agli insegnamenti delle “Quattro nobili verità” ed è destinato ai Discepoli del Gautama Buddha (coloro che ascoltano ed apprendono), e a coloro che hanno raggiunto il Nirvana da soli, senza aver incontrato un Buddha.
il secondo giro della “Ruota del Dharma”corrisponde agli insegnamenti contenuti nei “Sutra della perfezione della saggezza o Sutra della conoscenza trascendente” e riguardano in particolar modo la dottrina della vacuità.
il terzo giro della “Ruota del Dharma”corrisponde agli insegnamenti relativi alla Natura di Buddha, presente in tutti gli esseri senzienti.
Gli insegnamenti del secondo e del terzo giro della “Ruota del Dharma” sono riservati ai soli “Bodhisattva”, ovvero a coloro che sono in grado di comprenderne le rispettive dottrine profonde.
La figura del Buddha va oltre la sua presenza spazio-temporale di questo mondo, e ne sono stati riconosciuti deveri, tra cui i principali sono:
Samyaksambuddha, spesso semplicemente Buddha.
È il Buddha completo, che guadagna il bodhi con i propri sforzi, comprende il Dharma senza un maestro a guidarlo nel suo cammino e poi si dedica a diffondere la conoscenza e la saggezza predicando il Dharma; Il Dharma può essere compreso con la “saggezza” con la “diligenza” o con la “fede”.
Śrāvakabuddha
E’ un Buddha che ha ottenuto il bodhi grazie all’insegnamento di un Samyaksambuddha, è considerato inferiore, ma ha la capacità di predicare il Dharma e di elevare così altri esseri al suo stesso livello. Tuttavia ogni appartenente a questa categoria deriva la sua conoscenza da un Buddha che lo ha preceduto e non può quindi esistere in tempi in cui il Dharma sia stato dimenticato.
A questa categoria appartengono i discepoli diretti di Gautama Buddha (il Buddha storico).
Nel Buddhismo Mahayana il Buddha, nella sua Saggezza Suprema è la Natura Ultima o Fondamentale della propria mente nonostante le varie oscurazioni che coprono questa natura e ha la caratteristica della permanenza;
Tutte le scuole buddhiste attribuiscono ai buddha, oltre che i Trentadue segni maggiori, anche dieci poteri denominati
potere di distinguere i fatti reali dalle illusioni
potere di conoscere gli effetti del Karma
potere di conoscere i rispettivi desideri e aspirazioni degli esseri senzienti
potere di conoscere i differenti temperamenti degli esseri senzienti
potere di conoscere le capacità intellettive dei differenti esseri senzienti
potere di conoscere le vie e gli obiettivi delle pratiche
potere di conoscere tutte le pratiche di liberazione, di meditazione e di assorbimento
potere di conoscere le esistenze precedenti
potere di conoscere la morte e le rinascite degli esseri senzienti
potere di conoscere come si realizza l’estinzione delle contaminazioni e degli attaccamenti.
Kalki : il decimo e ultimo Maha Avatara (grande Avatar) di Vishnu, il cui avvento segnerà la fine dell’epoca attuale di oscurità e corruzione.
Come nelle profezie di diverse tradizioni, non c’è certezza né unanimità su quando, dove e come apparirà Kalki, e quale sarà lo scopo della sua incarnazione; l’immagine popolare dell’avatar è quella di un condottiero a cavallo di un destriero bianco, che alcune fonti chiamano Devatta (dono di Dio) e alcune descrivono come cavallo alato, con una spada fiammeggiante in mano, e determinato a sradicare il male dal mondo, rinnovando così la Creazione e stabilendo un regno dei giusti. La spada è talvolta interpretata come simbolo di discernimento o saggezza, e spezza i lacci delle menzogne e della falsità, liberando le anime che possono così aspirare ad una maggiore consapevolezza della verità e della bellezza.
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ottobre 24, 2011 Giorni dispari

❤ giorni dispari ❤
Nelle nostre vite migliaia di notti e di albe che si inseguono formando i nostri giorni.
La mia anima suona malinconica, oh!!!
Oh ! Oggi è un giorno dispari!
Uno di quei giorni in cui il sapore dolce viene tinto di amaro, quei giorni in cui anche se Ti voglio ringraziare mi viene male.
Soffro per questo! So bene che non è Tua la colpa oh Anima…
Quando potrò correre con gioiosa come faccio nei giorni pari?
Questa mia mente, la grande ingannatrice del mio cuore, gioca con te oh anima e con il corpo.
Oh Se Tu arrivassi ad illuminare i miei giorni dispari come fai con quelli pari…
Oh come Ti sarei grata
So bene che questo Tuo gioco divino lo attui solo per la mia liberazione.
So che speri di potermi riportare a casa prima che puoi…
La mia mente, infida strega figlia di Maya, attua il suo gioco.
Ti prego tienimi nel fuoco, perdonami quando sarò incerta, incoraggiami quando Maya velerà gli occhi della mia anima, abbi fiducia di me che sono infinitamente condizionata.
Sapessi come aspiro a poter vivere nella Tua luce di Gioia.
Haribol
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ottobre 23, 2011 Cielo nuvoloso

Tra le rocce fioriscono minuscole piante nane. Io me ne sto disteso e getto uno sguardo nel cielo serotino che da alcune ore si va lentamente coprendo di piccole, silenziose nuvolette disordinate. Lassù devono spirare venti dei quali non si ha qui che un sentore. Essi intessono come fili i filamenti di nuvole. Come l’evaporare e poi di nuovo il precipitare dell’acqua sulla terra avviene secondo un certo ritmo, come le stagioni e i flussi e i riflussi del mare hanno i loro tempi determinati e la loro successione, così anche nel nostro intimo tutto procede secondo una legge e per ritmi.
Nella mia vita anche l’onda oscura che io pavento sopravviene con una certa regolarità. Di tanto in tanto si solleva nella mia anima, senza motivi apparenti, l’onda scura. Una nuvola corre sul mondo, come una cortina nuvolosa. La gioia suona artificiale, la musica insulsa. Malinconia predomina. Come un’aggressione giunge questa malinconia, di tempo in tempo, non so in quali intervalli, e addensa lentamente di nuvole il mio cielo. Inizia con inquietudine nel cuore, con presentimento di angoscia, probabilmente con sogni notturni. Persone, case, colori, suoni, che normalmente mi piacciono, divengono equivoci e suonano falsi. Musica produce mal di testa. Tutte le lettere hanno orde dissonanti e contengono appuntiti risvolti. In queste ore essere costretto a parlare con le persone è tormento e conduce inevitabilmente a scenate. Queste sono le ore a causa delle quali non si posseggono armi, le ore nelle quali se ne sente la mancanza. Collera, dolore, risentimento si rivolgono contro tutto, contro uomini, contro animali, contro il tempo, contro la carta del libro che si sta leggendo, e contro la stoffa dell’abito che si indossa. Ma collera, impazienza, risentimento non hanno effetto sulle cose, esse tornano indietro in me stesso. Sono io quello che merita l’odio. Sono io quello che porta nel mondo dissonanza e deformità.
Oggi mi acquieto dopo uno di questi giorni. So che ora posso attendermi un po’ di tranquillità. So com’è bello il mondo, so che esso è per me, in certe ore, infinitamente più bello che per chiunque altro, che i colori risuonano più soavi, più esultante si diffonde l’aria, più tenera ondeggia la luce. Ed io so che questo devo pagarlo con i giorni nei quali la vita mi è insopportabile. Vi sono buoni rimedi contro la malinconia: canto, devozione, fare musica, fare poesie, vagare senza meta. Io vivo di questi rimedi come l’eremita vive del breviario. Talvolta mi sembra che il guscio si sia assottigliato e che le mie ore buone siano troppo rare e troppo poco buone per compensare le ore infauste. Talvolta al contrario penso di aver fatto progressi, che le ore buone siano cresciute e le cattive diminuite. Ciò che non desidero mai, neanche nelle ore peggiori, è uno stadio intermedio tra bene e male, una sorta di insipida, sopportabile medianità. No, meglio ancora una esasperazione della curva – meglio un tormento ancor più crudele, ed in cambio gli attimi beati ricchi di un pizzico di splendore in più!
Mi abbandona, estinguendosi la svogliatezza, vivere è di nuovo piacevole, è di nuovo bello il cielo, vagare di nuovo colmo di significato. In tali giorni del ritorno provo qualcosa di simile ad una convalescenza: stanchezza senza vero dolore, rassegnazione senza amarezza, gratitudine senza disprezzo di sé. Lentamente la curva della vita comincia a risalire. Si sussurra di nuovo il verso di un canto. Si coglie di nuovo un fiore. Si gioca di nuovo con il bastone da passeggio. Si vive ancora. Si è di nuovo superato. Si supererà ancora altre volte, e forse mille altre volte.
Mi sarebbe del tutto impossibile dire se questo cielo nuvoloso, filamentoso, silenziosamente agitato nell’intimo, si rispecchi nella mia anima, o viceversa se io leggo in questo cielo soltanto l’immagine del mio spirito. Talvolta tutto diviene così assolutamente incerto!
Vi sono dei giorni nei quali sono convinto che nessun uomo sulla terra sappia osservare certe atmosfere di aria e nuvole, certe risonanze di colori, certi profumi e gradazioni di umidità in maniera così sottile, così precisa e fedele come so fare io con i miei vecchi, nervosi sensi di poeta e viandante. E poi di nuovo, come oggi,può divenirmi problematico il fatto che abbia veramente visto, udito, odorato qualcosa e se invece tutto ciò che credo di percepire altro non sia se non l’immagine della mia vita interiore proiettata fuori di me.
Herman Hesse
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