ottobre 20, 2011 Sri Rama Ki jay!!! Il Dharma
Quando re Dasaratha annuncia alla città di Ayodhya la sua volontà di trasmettere la corona a Rama, suo figlio maggiore, la notizia viene accolta da tutti con favore, eccetto la regina Kaikeyi, la quale inizialmente contenta della scelta del re, viene successivamente traviata dalla malvagia serva Manthara, che inculca nella mente della regina il timore per la sicurezza e il futuro del figlio Bharata. Temendo che Rama ignori o, peggio, perseguiti il fratello più giovane per il gusto del potere, Kaikeyi convince Dasaratha a bandire Rama dal regno, inviandolo in esilio nella foresta per quattordici anni, e a incoronare Bharata al suo posto.
La scelta di due favori era stata concessa alla regina dal re stesso quando molti anni prima lei gli aveva salvato la vita in battaglia. Dasaratha amava Rama teneramente e aborriva la prospettiva della separazione dal suo amato figlio La partenza di Rama per l’esilio, causa la morte del re Dasaratha, incapace di sopportare l’agonia della separazione. Nonostante ciò Rama si rifiuta di tornare. Anche se apprende con sgomento la notizia della morte del padre, Rama si trovi nell’impossibilità di ritornare, rompendo così la promessa fatta al padre quando era in vita. Nonostante tutto, Rama non prova nessun risentimento nei confronti di Kaikeyi, credendo fermamente nel potere del destino
È infatti grazie all’esilio e alle conseguenze che ne scaturiscono che Rama avrà l’opportunità di affrontare Ravana e il suo impero del male. Rama e Sita sono in realtà incarnazioni di Lakshmi e Vishnu. Quando Rama viene bandito dal regno, egli tenta di convincere Sita a non unirsi a lui nel condividere una vita nella giungla potenzialmente pericolosa e certamente ardua, ma Sita respinge la proposta. Quando Rama le ordina, in qualità di marito, di desistere dalla decisione di seguirlo, Sita si rifiuta, affermando che dovere essenziale di una moglie è quella di essere al fianco del marito nel bene e nel male.
Rama è dunque l’incarnazione del Dharma, Egli rinuncia al lusso del suo regno per andare ad onorare la volontà di suo padre. e solo dopo aver combattuto contro le forze del male, torna al suo posto ad Ayodhya.
Il male che Sri Rama affronta non è altro che le ombre del subconscio che sono in noi.
Adoro questo poema ispirante le cui allegorie ci fanno riflettere, almeno a me!!!
Jaya Jaya Sri Rama!!!
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ottobre 14, 2011 Bhakti Tirtha Swami
Chi è più tollerante del Signore e dei Suoi devoti?
Mio caro Signore Syama, ieri non trovavo felicità né sicurezza in niente. Urlando il Tuo Nome mi lamentavo in agonia, chiedendomi perché mai mi stavi facendo soffrire così tanto. Ho letto di come Tu così misericordiosamente proteggi i Tuoi devoti. C’erano così tanti esempi di come hai distribuito su di loro la Tua misericordia senza causa. Mi sono sentito completamente messo da parte e abbandonato. Forse queste storie non sono vere; forse sono solo per qualche élite. Mi tormentavo chiedendomi perché mai Tu avessi scelto di escludermi dalla Tua misericordia. Ieri ho esaminato tutte le caratteristiche che bisognerebbe soddisfare per diventare cari a Te.

Ho studiato attentamente la lista, sentendo in cuor mio di aver adempiuto alla mia parte. Disperato mi lamentavo chiedendomi perché mai Tu mi avessi imbrogliato non tenendo fede alla tua parte del contratto. Ho compiuto tutti quegli atti propizi che permettono di sviluppare l’amore per Dio. Ne avevo sentito parlare spesso e li avevo anch’io predicati agli altri; cominciavo comunque a pensare che stavo imbrogliando me stesso. Dove sono i puri devoti, totalmente abbandonati e investiti del Tuo potere? Disperato mi lamentavo: perché mai devo predicare a riguardo di qualcosa che non ho, e in cui non credo? Mi sono guardato intorno, sul campo di battaglia, alla ricerca di quei devoti che prima frequentavo nel mio sevizio a Te. Alcuni si erano ritirati, altri erano gravemente feriti, ed altri ancora erano feriti ma ignari del loro stato. C’era perfino qualcuno che incoraggiava gli altri ad abbandonare il campo con loro.
Disperato mi lamentavo per la mia posizione, che mi impediva di salvare i miei compagni o di mantenerli attivi nella battaglia. Come posso dunque pretendere che Tu faccia la stessa cosa per me? Mio caro Signore Syama, ieri ho meditato sul fatto che Tu sei il più grande goditore, ma che i Tuoi devoti spesso soffrono più di chiunque altro. Ho pensato: a che serve abbandonarsi ad un padrone che è felice mentre i suoi subordinati soffrono? I miei primi pensieri sono stati di ritirarmi prima che la mia stessa sofferenza diventasse la mia prigione. Mi lamentavo e gridavo: “Perché i devoti di Dio devono soffrire se il Loro Signore è l’origine di tutti i piaceri?”.
Ieri ero sommerso da ogni genere di dubbi. Ho dubitato del Tuo amore. Come puoi Tu, la personificazione dell’amore, lasciare che io sperimenti questa sofferenza straziante? Ho dubitato della Tua esistenza poiché tolleravi la mia rabbia e i miei insulti, che Ti sfidavano a mostrarti e ad abbracciarmi con il Tuo darshan, o a colpirmi con il Tuo chakra. Ma Tu non mi hai abbracciato né mi hai colpito. Amareggiato, strillavo perché Tu facessi qualcosa. Dopo tutto, perché dovrei tentare di darti tutto ciò che ho se Tu non accetti né apprezzi le mie offerte? Ho deciso di scappare via da Te più veloce che potevo. Dovevo trovare felicità, amore, sicurezza, amicizia. Ho iniziato a pianificare a riguardo di ciò che avrei fatto, dove sarei andato e chi avrei frequentato.
Con mia sorpresa mi sono reso conto che non c’era niente che volevo fare tranne glorificarTi; non volevo andare in nessun posto in cui Tu non fossi adorato; non volevo frequentare nessuno che non volesse condividere con me le narrazioni dei Tuoi giochi divini. Ora sì che ho urlato, più forte che mai. Che cosa potevo fare? Non potevo lasciarTi, ma nemmeno potevo stare con Te. Ho strillato forte e a lungo, poi mi sono svegliato e ho capito che da sempre stavo sognando, in uno stato di autocommiserazione, di solitudine e di insicurezza.
Svegliandomi, ho potuto apprezzare la Tua amorosa guida nel mio stato di dormiente. Stavi tollerando la mia ignoranza e le mie illusioni, aspettando gentilmente che mi togliessi di dosso tutte le coperture, che mi alzassi e mi unissi a Te per svegliare gli altri. Mio caro Signore Syama, ieri ero così imbarazzato e avevo tanta paura. Il mio sogno sembrava troppo reale! Poi Ti ho sentito dire: “Addormentato o sveglio, tu sei il Mio amato figlio”, ma poi hai detto anche: “Come riceverai il Mio amore se rimani coperto e addormentato?” Immediatamente mi sono alzato, ho buttato via le coperte e sono corso a raggiungere qualcuno che si era svegliato molto prima di me, implorando il servitore del Signore di tenermi vicino e di non farmi più riaddormentare.
Il servitore del Signore sorridendo si rivolse a me con queste parole: “Mio caro fratello, il Signore mi aveva chiesto di tenerti vigile e sveglio già prima che tu buttassi vie le coperte. Vedi, piccolo, il Signore ci ama tutti in maniera equanime. Lui non lascia mai un’anima priva di cure, non trascura nessuno, sia che riconosciamo la Sua esistenza oppure no. Lui è il nostro vero sostegno. Noi siamo molto fortunati, per questo dobbiamo fare la fortuna anche degli altri e svegliarli; alcuni non hanno neanche iniziato a sognare.” Ho guardato la mia guida e ho notato il suo aspetto. Aveva la bellezza, la compassione e la tolleranza del Signore. Mi sono inginocchiato e ho afferrato i suoi piedi, ringraziandolo di esistere. Ho provato ad esprimere il mio apprezzamento a parole ma, con la voce strozzata in gola, tutto quello che riuscii a tirare fuori fu: ” Sono un mendicante che ha trovato un vero amico”.
Tratto dal libro The Beggar (Bhakti Tirtha Swami)
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ottobre 11, 2011 Sri Damodara
Sri Sri Damodarastaka
Conversazione tra Satyavrata Muni, Narada Muni
e Saunaka Rishi, contenuta nel Padma Purana di
Krishna Dvaipayana Vyasa
“Nel mese di Kartika si deve adorare Sri Damodara e recitare giornalmente la preghiera conosciuta come Damodarastaka, che fu pronunciata dal saggio Satyavrata ed ha la capacità di attrarre Sri Damodara.”
(Sri Hari-bhakti-vilasa 2.16.198)
(1)
namamisvaram sac-cid-ananda-rupam
lasat-kundalam gokule bhrajamanam
yasoda-bhiyolukhalad dhavamanam
paramristam atyantato drutya gopya
Offro il mio rispettoso omaggio al Signore Supremo, Sri Damodara, che ha una forma piena di eternità, felicità e conoscenza, indossa orecchini a forma di squalo e brilla meravigliosamente nel reame divino di Gokula. Per aver rotto il recipiente dello yogurt che Sua madre stava trasformando in burro e per aver rubato il burro tenuto appeso a una trave, Sri Damodara corre lontano dal mortaio di legno per paura di madre Yasoda, ma Yasoda Lo raggiunge perché corre più veloce di Lui.
(2)
rudantam muhur netra-yugmam mrjantam
karambhoja-yugmena satanka-netram
muhuh svasa-kampa-trirekhanka-kantha-
sthita-graivam damodaram bhakti-baddham
Vedendo che Sua madre si avvicina con un bastone in mano, piange e Si stropiccia gli occhi pieni di paura con le mani di loto. La collana di perle attorno al collo, segnato da tre pieghe come una conchiglia, sussulta per il respiro affannoso causato dal pianto. Offro il mio rispettoso omaggio a Sri Damodara, il Signore Supremo, che non Si fa legare dalle corde ma dall’amore puro di Sua madre.
(3)
itidrik sva-lilabhir ananda-kunde
sva-ghosam nimajjantam akhyapayantam
tadiyesita-jnesu bhaktair jitatvam
punah prematas tam satavrtti vande
Grazie a questi meravigliosi divertimenti d’infanzia Sri Krishna immerge tutti gli abitanti di Gokula in un oceano di estasi. A coloro che sono assorti nella conoscenza del Suo aspetto maestoso e opulento Egli rivela che è conquistato solo da quei devoti il cui puro amore è impregnato di intimità e libero dai concetti di rispetto e reverenza. Con grande amore offro i miei rispettosi omaggi a Sri Damodara centinaia e centinaia di volte.
(4)
varam deva moksam na moksavadhim va
na canyam vrine ‘ham varesad apiha
idam te vapur natha gopala-balam
sada me manasy avirastam kim anyaih
Signore, Tu puoi dare ogni forma di benedizione, ma io non Ti prego per ottenere la liberazione impersonale, la vita eterna a Vaikuntha o qualche altra benedizione. O Signore, desidero solo che questa Tua forma di Bala Gopala a Vrindavana Si manifesti eternamente nel mio cuore, altrimenti qual è l’utilità di altri benefici per me?
(5)
idam te mukhambhojam atyanta-nilair
vritam kuntalaih snigdha-raktais ca gopya
muhus cumbitam bimba-raktadharam me
manasy avirastam alam laksa-labhaih
O Signore, il Tuo volto di loto, circondato da riccioli scuri tinti di rosso, è coperto di baci da madre Yasoda e le Tue labbra sono rosse come il frutto bimba. Che questa meravigliosa immagine del Tuo volto di loto Si manifesti eternamente nel mio cuore. Non ho alcun bisogno di altre benedizioni.
(6)
namo deva damodarananta visno
prasida prabho duhkha-jalabdhi-magnam
kripa-dristi-vristyati-dinam batanu-
grihanesa mam ajnam edhy aksi-drisyah
O Supremo Signore, Ti offro il mio omaggio. O Damodara! O Ananta! O Visnu! O maestro, voglio soddisfarTi! Mostrami la Tua misericordia, libera questo povero pazzo ignorante immerso in un oceano di tristezze materiali, e diventa visibile ai miei occhi.
(7)
kuveratmajau baddha-murtyaiva yadvat
tvaya mocitau bhakti-bhajau kritau ca
tatha prema-bhaktim svakam me prayaccha
na mokse graho me ‘sti damodareha
O Signore Damodara, i due figli di Kuvera Manigriva e Nalakuvara – furono liberati dalla maledizione di Narada, e Tu li trasformasti in grandi devoti mentre eri un bambino, legato con una corda a un mortaio di legno. Nello stesso modo, Ti prego, dammi la Tua prema-bhakti. Questo è il mio unico desiderio e non aspiro a nessuna forma di liberazione.
(8)
namas te ‘stu damne sphurad-dipti-dhamne
tvadiyodarayatha visvasya dhamne
namo radhikayai tvadiya-priyayai
namo ‘nanta-lilaya devaya tubhyam
O Signore Damodara, offro dunque il mio omaggio alla radiosa corda che lega il Tuo addome, a quello stesso addome che è la dimora dell’universo intero. Mi inchino umilmente alla Tua amata Srimati Radharani, e offro il mio omaggio a Te, o Signore Supremo, che esibisci divertimenti infiniti.
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Oh Signore Ti prego ascolta queste Anime condizionate e rendile degne della Tua dolcissima compagnia!!!!!
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ottobre 10, 2011 Sri Krishna

Il Signore elimina tutti i blocchi nella nostra vita
Bhagwan Krishna è venuto sulla terra nel buio della notte, nei confini chiusi di una cella di prigione dove sua madre e suo padre erano tenuti prigionieri a causa del malvagio zio Kansa. Tuttavia, al momento della sua apparizione (in forma di neonato umano), tutte le guardie si addormentarono, le catene si ruppero e le porte sbarrate furono gentilmente aperte. Così Vasudeva (padre di Krishna), in modo sicuro e facile trasportò il bambino Krishna attraverso il fiume Yamuna fino a Gokul.
Vi è un bel messaggio in questa storia, fin dal primo momento della Sua vita. Si può vivere nel buio della mezzanotte, si può essere legati e incatenati da così tanti attaccamenti, tentazioni, rabbia, rancori, dolori e dalla forza vincolante di maya. Possiamo sentirci bloccati nella prigione dei nostri corpi, la prigione della dualità. Tuttavia, non appena lasciamo che il Signore viva nei nostri cuori, allora l’oscurità svanisce, tutte le catene vengono spezzate e tutte le porte della prigione vengono aperte liberamente. Ovunque è il Signore non ci sono chiusure.
Inoltre, possiamo vedere che la porta verso il Signore da ogni direzione, dentro o fuori, è sempre aperta. L’unica chiusura è la chiusura della nostra ignoranza e delle nostre illusioni. Appena l’ignoranza è dissipata, appena vediamo la Sua forma luminosa, tutte le porte in questa vita e in tutte le vite si aprono per noi.
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ottobre 6, 2011 Il Thiruppâvai di Ândâl
Brani di un commento inedito di Sri T. Krishnamacharya
(Thiruppâvai, in Tamil, la lingua del Tamil Nadu, è una composizione poetica che ha il potere di condurre alla devozione. Thiruppâvai è un invito alle donne a dedicarsi alla devozione)
Poema 5 :
Krishna, l’inafferrabile figlio del fiume Yamuna, grande e puro, nel prospero Nord Mathura, era nato nella tribù Ayar ed era guardiano di giovenche. Brillava come una lampada accesa e aveva santificato il ventre della madre.
Se lo raggiungiamo dopo un bagno, pure di corpo e di mente, lo cospargiamo di fiori profumati e preghiamo Dâmodara (altro nome di Krishna), la grazia delle fanciulle che compiono fedelmente i rituali e cantano totalmente assorte nella lode di Krishna (avrà il seguente effetto): i danni, che derivano da azioni conscie o inconscie, saranno interamente bruciati come una paglia in un fuoco di gioia, per il passato, presente e futuro. Pregate, ascoltate e considerate, fanciulle.
In questo poema Ândâl risolve i dubbi che si insinuano nella mente del devoto : la devozione cancella i nostri errori, è dunque un errore interrompere le pratiche di devozione?
Ândâl non discute il peccato né consiglia alle ragazze di astenersi dal peccare. Ella dice che il peccato sarà cancellato come una paglia viene bruciata in un grande fuoco. Ella dice che se noi glorifichiamo il Signore Krishna e se il nostro pensiero è interamente concentrato su di lui e sul rispetto dei principi del Bhakti Yoga (pratiche di devozione), tutti gli errori da noi commessi saranno bruciati. Ella non condanna l’atto del peccare poiché nel corso di una vita umana è inevitabile.
Poiché Krishna nacque in una famiglia di mandriani Ândâl usa un esempio adatto. Dice che come il latte toglie sia la sete che la fame l’esperienza della felicità suprema cancella il peccato.
In secondo luogo, in questo poema dichiara che è facile avvicinare Krishna. In effetti egli si concede di lasciarsi affascinare (cospargiamolo di fiori profumati e seduciamolo col nostro fascino). Tra tutte le divinità Krishna è quella che più di tutti ama i fiori profumati, i dolci canti, il buon latte che appartengono ai guardiani di giovenche.
Dâmodara è un altro nome del Signore Krishna. Quando egli era bambino Yashoda, la sua nutrice lo legò ad un mortaio. Il fanciullo corse via, trascinando la pesante pietra e la corda cedette. Un pezzo della corda rimase intorno al suo ventre. Di lì viene il nome di Dâmodara : Dâma significa corda e udara addome.
Commento di Sri T. Krishnamacharya :
Nord Mathura non indica la regione del Nord del Mathura, sta invece a simboleggiare tutte le città sante dell’India che si ritiene Vishnu abbia visitato o abitato come per esempio Kanchipuram, Srirangam, Udipi, Guravayur, Varanasi, Prayag, ecc.… La tribù Ayar è una delle tribù di mandriani. Ândâl ricorda alle fanciulle che a differenza delle altre incarnazioni Sri Krishna non solo è nato in una famiglia di guardiani di giovenche, ma anche in un luogo dove i mandriani, illetterati e senza la minima istruzione, vivevano senza avere l’opportunità di essere iniziati ad una vita spirituale. La sua nascita permise a tutta la tribù di brillare di riflesso.
L’utero di una donna è considerato altrettanto sacro e santo della parte centrale di un mantra. Ciò che rende sacro un mantra è la sua parte centrale poiché il suo aspetto creativo è nascosto nella sua forma potenziale proprio come l’utero di una donna. Ândâl ricorda alle ragazze che proprio come il ventre di Yashoda fu santificato dalla nascita di Krishna, in tutte loro vi è un potenziale di sacralità racchiuso nel ventre di ciascuna.
Mio padre, Sri T. Krishnamacharya, era solito dire che non solo Dio era vicino alle donne ma era anche dentro di loro. Per questa ragione le donne non sono costrette a cercarlo, a differenza degli uomini. Le vie e i mezzi scelti dagli uomini per trovare Dio danno alle donne l’impressione che Egli sia più per gli uomini che per le donne. In questi poemi Ândâl parla dei 27 giorni di bagni sacri durante il mese di Mârgali (vedi Newsletter n°5) e dice che un voto pronunciato non può essere interrotto. Le fanciulle possono non essere in grado di rispettare il voto fatto poiché non è loro permesso bagnarsi nel fiume durante le mestruazioni, oppure quando vi sono ospiti in casa, oppure se impegnate nei preparativi per le festività. Poiché temono che un voto interrotto non sortisca i benefici che questo poema prevede, Ândâl rassicura le fanciulle precisando che quando il cuore e la mente sono assorbiti nel Signore gli errori – passati, presenti e futuri – verranno distrutti come una paglia nel fuoco. Nella prima parte del poema Ândâl svela le cinque qualità divine di Sri Krishna: indefinibile, onnipresente, benevolo, uguale con tutti e dotato di Grazia. Quando Devaki, imprigionata, diede alla luce Sri Krishna egli le si manifestò nella sua forma divina che rappresentava simbolicamente l’universalità: lo vide perciò con quattro braccia, tre delle sue mani reggevano rispettivamente la conca, il disco e la mazza (Panchajanya, Sudarshana e Gada) mentre la sua quarta mano offriva la sua protezione. Devaki si sentì colma di gioia per tale grazia ma pregò il fanciullo di abbandonare la sua forma universale e di riacquistare l’aspetto di un neonato normale. Dio è dunque sempre indefinibile e sempre nascosto. Anche se è nato sulle rive del fiume
Yamuna, è presente in tutto il Mathura sia a nord che a sud. E’ questa onnipresenza che rende tutti i templi dell’India sacri e santi quanto quelli del Mathura. Nell’incarnazione di Sri Rama, anteriore a quella di Sri Krishna, Rama stava per attraversare il fiume Yamuna in compagnia di sua moglie e di suo fratello Lakshmana. Il fiume Yamuna era così felice di essere toccata dai piedi di Sri Rama che uscì dagli argini per abbracciarlo. Sri Rama disse al fiume che poiché si era legato per la vita a una sola donna (e visto che Yamuna era di genere femminile) non l’avrebbe toccata. Tuttavia promise che, nel corso della sua futura incarnazione sarebbe nato sulle sue rive e sarebbe stato perciò sempre vicino a lei. Ottemperando a questa promessa Sri Krishna nacque sulle rive di Yamuna che era, oltre a tutto, il suo fiume preferito. Egli scelse di reincarnarsi in una tribù di mandriani per poter dimostrare al mondo che Dio è uguale per tutti e ama chiunque senza discriminazione alcuna. Infine Dio concede la Grazia con la sua presenza. E’ presente ovunque e ogni luogo su cui Egli posa il piede diventa sacro. La Grazia Divina è come la parte centrale di un mantra, così il parto è una Grazia poiché in ogni nascita è presente un’anima che altro non è se non una parte di Colui che tutto può. Ândâl sottolinea qui l’importanza della grande fortuna concessa alle donne che potendo ospitare delle anime nel loro corpo possono ospitare Dio dentro di sè.
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ottobre 5, 2011 La vita di Shrila Prabhupada
Sua Divina Grazia A. C. Bhaktivedanta Swami, in seguito conosciuto come Srila Prabhupada, diventò famoso in tutto il mondo a partire dal 1965, dopo il suo arrivo in America.
Prima di lasciare l’India aveva scritto tre libri, e nei successivi dodici anni ne avrebbe scritti sessanta. Prima di lasciare l’India aveva iniziato un discepolo, nei successivi dodici anni ne avrebbe iniziati più di quattromila. Prima di lasciare l’India nessuno credeva che egli sarebbe riuscito a dare vita alla sua visione di una società mondiale di devoti di Krishna, ma nei successivi dodici anni egli avrebbe creato e guidato l’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna e aperto più di cento centri.
Prima d’imbarcarsi alla volta dell’America non era mai stato all’estero, ma nei successivi dodici anni avrebbe più volte fatto il giro del mondo per diffondere il Movimento per la Coscienza di Krishna.
Sebbene a prima vista possa sembrare che il grande contributo della sua vita sia una sorta di tardiva esplosione di conquiste spirituali, i suoi primi sessantanove anni furono la preparazione per queste conquiste. Sebbene Prabhupada e i suoi insegnamenti fossero per gli Americani un’apparizione tanto improvvisa quanto inconsueta, “Ci sembrò come il genio apparso dalla lampada di Aladino”, egli era il coraggioso rappresentante di una tradizione antica di secoli.
Srila Prabhupada nacque come Abhay Charan De il primo settembre del 1896 a Calcutta, in India. Suo padre Gour Mohan De, era un mercante di stoffe, sua madre si chiamava Rajani.
Secondo la tradizione bengalese, i genitori chiesero a un astrologo di fare l’oroscopo del neonato e furono felici di leggere segni di buon auspicio. L’astrologo fece una specifica predizione: quando quel bambino avrebbe raggiunto i settant’anni avrebbe attraversato l’oceano, sarebbe diventato una grande personalità spirituale e avrebbe fondato centootto templi.
La casa di Abhay al numero 151 di Harrison Road era situata nel quartiere indiano a nord di Calcutta. Il padre di Abhay, Gour Mohan De, apparteneva alla comunità mercantile aristocratica suvarna-vanik. Era imparentato con la ricca famiglia Mullik che per centinaia di anni aveva commerciato in oro e sale con gli Inglesi. In origine i Mullik erano stati membri della famiglia De, un gotra (lignaggio) che risale all’antico saggio Gautama, ma durante il periodo Mogul dell’India prebritannica, un governatore musulmano aveva conferito il titolo di Mullik (“signore”) a un ricco e influente ramo della famiglia De. In seguito, numerose generazioni dopo, una figlia dei De aveva sposato un esponente della famiglia Mullik e le due famiglie da quel momento erano rimaste vicine.
Un intero isolato immobiliare su un lato della Harrison Road apparteneva a Lokanath Mullik, e Gour Mohan e la sua famiglia vivevano in poche stanze di una costruzione a tre piani di proprietà dei Mullik.
Sull’altro lato della strada, di fronte alla residenza dei De, c’era il tempio di Radha-Govinda, dove per gli ultimi centocinquanta anni i Mullik avevano continuato ad adorare Radha e Krishna. Vari negozi della proprietà Mullik fornivano la rendita per le Divinità e per i sacerdoti che compivano l’adorazione. Ogni mattina, prima della colazione, i membri della famiglia Mullik visitavano il tempio per vedere le Divinità di Radha-Govinda. Essi offrivano riso dolce, kacauri e verdure su un largo piatto e poi distribuivano il prasada delle Divinità ai mattinieri visitatori dei dintorni. Tra questi visitatori giornalieri c’era Abhay Charan, accompagnato dalla madre, dal padre o dal domestico.
Gour Mohan era un puro vaisnava e allevò il figlio nella coscienza di Krishna. Poiché anche i suoi genitori erano stati vaisnava, Gour Mohan non aveva mai toccato carne, pesce, uova, tè o caffè. Era di carnagione chiara e di temperamento riservato. La sera, prima di chiudere il suo negozio di stoffe, metteva una tazza di riso al centro del pavimento affinché i topi, spinti dalla fame, non rosicchiassero la merce. Quando tornava a casa leggeva dei brani tratti dalla Caitanya-caritamrita e dallo Srimad Bhagavatam (le principali Scritture sacre dei vaisnava bengalesi), recitava il suo rosario e adorava la Divinità di Sri Krishna. Era gentile e affettuoso e non puniva mai il piccolo Abhay. Perfino quando era costretto a sgridarlo, prima si scusava dicendo: “Sei mio figlio e adesso devo sgridarti. E’ mio dovere. Perfino il padre di Caitanya Mahaprabhu Lo metteva in castigo. Quindi non ti dispiacere.” C’era un quadro che a Prabhupada rammentava il servizio devozionale del padre per Sri Krishna. Ricordava come suo padre fosse solito tornare tardi la sera dal negozio di stoffe e offrire con fede il suo servizio devozionale a Sri Krishna di fronte all’altare di casa.
“Dormivamo”, raccontava Prabhupada, “e mio padre stava facendo l’arati. Sentivamo il din, din, din, il suono della campanella, ci alzavamo e lo vedevamo inginocchiarsi davanti alla murti di Krishna.”
Gour Mohan aveva progetti vaisnava per suo figlio; voleva che Abhay diventasse un servitore di Radha e Krishna, un predicatore del Bhagavatam, e apprendesse l’arte devozionale di suonare il tamburo mridanga. Accoglieva regolarmente a casa sua deisadhu e sempre chiedeva loro: “Per favore, benedite mio figlio affinché Srimati Radharani gli conceda le Sue benedizioni.”
Quando la mamma di Abhay disse di volere che il bambino, da grande, diventasse un avvocato con una laurea inglese (il che significava che sarebbe dovuto andare a studiare a Londra), uno degli zii pensò fosse una buona idea. Ma Gour Mohan non volle sentire ragioni; se Abhay si fosse recato a Londra avrebbe potuto essere influenzato dal modo di vivere europeo. “Comincerà a bere e ad andare a caccia di donne”, obiettò. “Non voglio il suo denaro.”
Sin dai primi anni della vita di Abhay, Gour Mohan mise in opera il suo progetto. Prese un suonatore professionale di mridanga affinché insegnasse al piccolo i ritmi classici per accompagnare il kirtana. Rajani era scettica: “A cosa serve insegnare a un bambino a suonare la mridanga? Non è importante.” Ma Gour Mohan coltivava il sogno di un figlio che cresceva cantando bhajan, suonando la mridanga e parlando dello Srimad Bhagavatam.
La madre di Abhay, Rajani, aveva trent’anni quando lo diede alla luce. Come il marito, anche lei veniva da una famiglia di antica fede Gaudiya vaisnava. La sua carnagione era leggermente più scura di quella del marito, e mentre il temperamento dell’uomo era piuttosto tranquillo lei si curava del figlio con grande passione.
Abhay vedeva i suoi genitori vivere insieme pacificamente; nessun conflitto matrimoniale o complicate insoddisfazioni turbavano la vita familiare. Rajani era casta e religiosa, un modello di donna di casa secondo il costume vedico, impegnata a prendersi cura del marito e dei figli.
Abhay osservava i semplici e toccanti sforzi della madre per assicurarsi, con preghiere e voti, che lui continuasse a vivere.
Anche Rajani, come Gour Mohan, considerava Abhay il figlio prediletto; però mentre il marito esprimeva il suo amore con la benevolenza e i progetti di successi spirituali, la donna esprimeva il suo amore sforzandosi di salvaguardare Abhay da ogni pericolo, dalle malattie e dalla morte.
Quando il bimbo nacque, Rajani fece il voto di mangiare con la mano sinistra fino al giorno in cui il figlio lo avesse notato e le avesse chiesto il perché. Quando il piccolo glielo chiese, Rajani immediatamente smise di mangiare con la mano sinistra.
Sì era trattato di un’altra prescrizione per la sopravvivenza del bimbo, poiché la donna pensava che per la forza del voto Abhay sarebbe vissuto almeno fino al momento in cui avrebbe chiesto alla madre la ragione del suo gesto.
Rajani spesso portava il bambino al Gange e lo immergeva personalmente nelle sacre acque. Quando Abhay si ammalò di dissenteria lo curò con puri caldi e melanzane fritte e salate.
A volte, quando era malato, Abhay mostrava la sua ostinazione rifiutandosi di prendere le medicine. Ma quanto lui era caparbio tanto la madre era decisa e gli metteva di forza le medicine in bocca.
Quando il piccolo marinava la scuola, il padre si mostrava indulgente mentre Rajani era più decisa e assunse perfino una persona per accompagnare il bambino a scuola.
In tutta l’India settentrionale Sri Krishna è venerato dalla maggior parte della popolazione come la suprema forma di Dio. Questa concezione di Krishna è realmente in accordo con le Scritture vediche, in modo particolare con la Bhagavad-gita, che è il testo più letto di tutta la letteratura vedica.
Quindi, naturalmente, Abhay sin dalla nascita assorbì la coscienza di Krishna.
Inoltre suo padre era particolarmente religioso e in seguito Prabhupada parlò di lui come di “un puro devoto di Krishna.”
Gour Mohan era solito condurre il figlio, ancora prima che questi fosse in grado di camminare, al vicino tempio di Radha-Krishna, conosciuto col nome di Radha-Govinda Mandir.
Molto tempo dopo Prabhupada ricordava: “Rimanevamo insieme per ore, in piedi sotto l’arco di entrata del tempio di Radha-Govinda, a recitare preghiere alla murti di Radha-Govinda.
La Divinità era cosi meravigliosa con i Suoi occhi a mandorla.
“Abhay era anche affascinato dal Ratha-yatra, il festival in onore del Signore Jagannatha, che si tiene ogni anno a Calcutta.
Il principale Ratha-yatra di Calcutta era quello che si celebrava al Radha-Govinda Mandir, con tre diversi carri che portavano le murti di Jagannatha (Krishna), Balarama e Subhadra.
Partendo dal tempio di Radha-Govinda i carri percorrevano per un breve tratto Harrison Road e poi tornavano indietro.
In quei giorni i dirigenti del tempio distribuivano alla gente grandi quantità di prasadadel Signore Jagannatha.
Il Ratha-yatra era celebrato in tutte le città indiane, ma quello originale, a cui partecipavano milioni di pellegrini, si teneva ogni anno a Jagannatha Puri, una piccola località a circa quattrocentocinquanta chilometri a sud di Calcutta.
Da molti secoli, a Puri, tre carri di legno alti quindici metri vengono trainati dalla folla lungo i due chilometri della strada in cui si svolge la processione che commemora uno degli eterni passatempi di Sri Krishna.
Abhay aveva sentito dire che anche Sri Caitanya, quattrocento anni prima, aveva danzato e guidato il canto estatico di Hare Krishna al festival del Ratha-yatra di Puri.
Abhay ogni tanto consultava l’orario ferroviario o s’informava sul prezzo del biglietto per Puri, pensando al modo di raccogliere i soldi sufficienti per andarci.
Abhay voleva avere il suo carro e rappresentare il suo Ratha-yatra, e naturalmente chiese aiuto al padre. Gour Mohan gli procurò un carro usato, alto un metro, una copia di quello vero; padre e figlio insieme costruirono delle colonne sulla cui cima posero un baldacchino che assomigliava il più possibile a quello dei grandi carri di Puri.
Abhay chiese ai suoi compagni di giochi, soprattutto alla sorella Bhavatarini, di aiutarlo, e diventò la loro guida naturale.
Per rispondere alle sue suppliche, le madri che abitavano nei paraggi acconsentirono divertite a cucinare piatti speciali che il bambino avrebbe potuto distribuire comeprasada a questo festival del Ratha-yatra.
Come quello di Puri, anche il festival di Abhay durò otto giorni.
I suoi familiari si riunirono e i bambini dei dintorni trainarono il carro durante la processione cantando, suonando tamburi e karatala.
Quando Abhay compì sedici anni chiese al padre una sua personale murti di Krishna per poterla adorare. Fin dai tempi della sua infanzia aveva osservato il padre celebrare ilpuja a casa e aveva regolarmente visto l’adorazione di Radha-Govinda.
Così pensava: “Quando potrò anch’io adorare Krishna in questo modo?” Gour Mohan acquistò una coppia di piccole murti di Radha-Krishna e le regalò al figlio.
Da allora, qualsiasi cosa mangiasse, il giovane Abhay la offriva prima a Radha e Krishna e, imitando il padre e il sacerdote del Radha-Govinda, offriva una lampada di ghi alle sue murti e le metteva a dormire ogni notte.
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| Allahabad 1939, dopo la dipartita di Gour Mohan De. Da sinistra a destra Abhay, il ritratto di Gour Mohan, Krishna Charan (per terra), Prayag Ray, il figlio minore di Abhay e Sulakshman. |
Quando verso la fine degli anni sessanta, Srila Prabhupada iniziò a introdurre i grandi festival del Ratha-yatra nelle città degli Stati Uniti e cominciò a installare murti di Radha-Krishna nei templi dell’ISKCON, disse che aveva imparato tutte queste cose da suo padre.
Prabhupada disse che l’unico aspetto della coscienza di Krishna che non gli era stato insegnato dal padre era l’importanza di stampare e diffondere la letteratura trascendentale.
Questo lo apprese solamente dal suo maestro spirituale che aveva incontrato più avanti, negli anni della sua giovinezza.
Quando Abhay frequentava l’università, il padre predispose il suo matrimonio con Radharani Datta, la figlia di un commerciante con cui Gour Mohan era in affari.
Per molti anni i due futuri sposi vissero ognuno con le rispettive famiglie e quindi le responsabilità di mettere su casa non erano immediate. Prima di tutto Abhay doveva terminare i suoi studi. Ma durante il quarto anno universitario cominciò a nutrire una certa insofferenza verso la sua laurea. Era diventato un simpatizzante della causa nazionalista che si batteva per ottenere una struttura scolastica nazionale e autogestita.
Tra gli studenti del corso superiore a quello di Abhay c’era un acceso nazionalista, Subhas Chandra Bose, che in seguito diventò il capo dell’esercito nazionale indiano, costituito per porre termine al dominio coloniale inglese in India.
Quando Subhas Chandra Bose chiese agli studenti di appoggiare il movimento per l’indipendenza indiana, Abhay aderì.
Gli piacque la fede di Chandra Bose nella spiritualità, il suo entusiasmo e la sua determinazione.
Abhay non s’interessava delle faccende politiche, ma lo affascinava l’ideale del movimento per l’indipendenza. L’appello, se pure velato, allo svaraj, l’indipendenza, affascinava tutti gli studenti, e tra questi c’era Abhay.
Egli era particolarmente interessato da Mohandas K. Gandhi, il quale portava sempre con se una copia della Bhagavad-gita e diceva che tra tutti i libri che aveva letto era laGita quello che lo ispirava di più.
Gandhi forniva con il suo modo di vestire un’immagine di grande purezza, non faceva uso d’intossicanti, era vegetariano e si asteneva dalle attività sessuali illecite. Viveva semplicemente, come un sadhu, anzi, sembrava possedere un’integrità morale maggiore di quella di molti sadhu che Abhay aveva incontrato.
Abhay leggeva le parole di Gandhi e ne seguiva l’attività. Forse Gandhi, pensava, potrebbe portare la spiritualità nel campo dell’azione.
Gandhi invitava gli studenti indiani ad abbandonare i loro studi. Il sistema scolastico straniero, diceva, crea una mentalità da schiavi e produce soltanto marionette nelle mani degli Inglesi.
Ma la laurea rappresentava anche la base per poter intraprendere una carriera.
Abhay considerò attentamente tutte le diverse possibilità e nel 1920, dopo aver terminato l’ultimo anno di università e aver superato tutti gli esami, rifiutò di accettare la laurea. Questa fu la sua protesta e il suo modo di rispondere all’appello di Gandhi.
Dopo il massacro di Jallianwalla Bagh, dove i soldati britannici uccisero centinaia di Indiani disarmati che si erano riuniti per una manifestazione pacifica, Gandhi lanciò la politica della disobbedienza civile e del boicottaggio delle merci inglesi. Rifiutando la laurea, Abhay si era schierato al fianco del movimento di Gandhi che lottava per l’indipendenza.
Sebbene ne fosse contrariato, Gour Mohan non deplorò quest’azione; comunque s’interessava di più al futuro del figlio che ai destini politici dell’India e gli trovò un posto di lavoro grazie a un importante amico di famiglia, il dott. Kartik Chandra Bose.
Il dott. Bose era un rinomato chirurgo e un industriale chimico, possedeva un suo stabilimento, il laboratorio Bose di Calcutta, e accettò volentieri Abhay come direttore commerciale della sua azienda. Spesso, durante tutta la sua vita, Srila Prabhupada ricordava il primo incontro con il suo maestro spirituale, Bhaktisiddhanta Sarasvati Thakura.
Dapprima Abhay non lo voleva incontrare perché non era stato favorevolmente impressionato dai cosiddetti sadhu che erano soliti frequentare la casa del padre. Ma un amico di Abhay aveva molto insistito e lo aveva accompagnato al tempio della Gaudiya Math, dove entrambi erano stati ammessi alla presenza di Bhaktisiddhanta Sarasvati.
Mentre Abhay e il suo amico, dopo essersi rispettosamente inchinati si stavano per sedere, quella persona santa disse loro: “Siete due giovani educati. Perché non diffondete nel mondo il messaggio di Sri Caitanya?”
Abhay era rimasto molto sorpreso dal fatto che il sadhu avesse immediatamente chiesto loro di diventare predicatori. Impressionato da Bhaktisiddhanta Sarasvati, lo voleva mettere alla prova con domande intelligenti.
Abhay indossava un abito di kadi bianco che in India a quel tempo rendeva riconoscibili i sostenitori della causa dell’emancipazione politica di Gandhi.
Mosso dal suo spirito nazionalistico chiese: “Chi ascolterà il vostro messaggio di Caitanya? Siamo una nazione dipendente. Per prima cosa l’India dovrà ottenere la sua indipendenza.
Come possiamo diffondere la cultura indiana se siamo ancora sotto il dominio britannico?”
Srila Bhaktisiddhanta rispose che la coscienza di Krishna non poteva attendere i cambiamenti nella politica dell’India, anche se l’India era dipendente e oppressa.
La coscienza di Krishna era troppo importante per poter attendere.
Abhay fu Colpito da tanta audacia. L’intera India era in agitazione e sembrava dare ragione alle parole di Abhay. Grandi leader del Bengala, molti santi, lo stesso Gandhi uomini educati e religiosi ognuno di loro poteva aver posto la stessa domanda sfidando la rilevanza di questo sadhu.
Ma Srila Bhaktisiddhanta affermava che tutti i governi erano temporanei, la realtà eterna era la coscienza di Krishna e il se reale era l’anima spirituale.
Nessun sistema politico costruito dall’uomo poteva aiutare l’umanità. Questo era quanto affermavano le Scritture vediche e la linea dei maestri spirituali.
Una vera opera sociale, egli diceva, doveva superare i limiti temporali e preparare la persona per la sua prossima vita e per la sua eterna relazione con il Supremo.
Abhay comprese quindi di non trovarsi in presenza del solito sadhu di dubbia fama, ascoltò con attenzione le argomentazioni di Srila Bhaktisiddhanta e pian piano si accorse che stava convincendosi.
Bhaktisiddhanta Sarasvati citò alcuni versi sanscriti dalla Bhagavad-gita, in cui Sri Krishna afferma che una persona dovrebbe abbandonare ogni altro dovere religioso e arrendersi a Lui, Dio, la Persona Suprema.
Abhay non aveva mai dimenticato Sri Krishna e i Suoi insegnamenti della Bhagavad-gita e la sua famiglia aveva sempre adorato Sri Caitanya Mahaprabhu, della cui missione stava parlando Bhaktisiddhanta Sarasvati. Ma era stupito di ascoltare questi insegnamenti presentati in modo così impeccabile.
Abhay si trovò a corto di argomenti, ma la cosa gli piacque. dopo due ore, quando il colloquio ebbe termine, lui e il suo amico ridiscesero i gradini e si ritrovarono in strada. La spiegazione che Srila Bhaktisiddhanta aveva dato del movimento per l’indipendenza, come qualcosa di temporaneo e incompleto, aveva fortemente impressionato Abhay.
Adesso si sentiva molto meno nazionalista e molto più discepolo di Bhaktisiddhanta Sarasvati. Pensava inoltre che sarebbe stato meglio se non si fosse sposato. Quella grande persona gli aveva chiesto di predicare; poteva farlo immediatamente. Ma sentiva che lasciare la famiglia, sarebbe stata un’ingiustizia.
“E’ meraviglioso!” disse Abhay all’amico. “Il messaggio di Sri Caitanya è nelle mani di un uomo molto esperto.”
Anni dopo Srila Prabhupada ricordava di aver accettato Bhaktisiddhanta Sarasvati come il suo maestro spirituale quella notte stessa. “Non ufficialmente”, disse Prabhupada, “ma nel cuore. Pensavo di aver incontrato un santo eccezionale.”
Dopo questo primo incontro con Bhaktisiddhanta Sarasvati, Abhay cominciò a frequentare i devoti della Gaudiya Math. Essi gli diedero dei libri e gli raccontarono la storia del loro maestro spirituale. Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati era figlio di Bhaktivinoda Thakura, un altro grande maestro vaisnava nella linea di successione di Sri Caitanya.
Prima del tempo di Bhaktivinoda, gli insegnamenti di Sri Caitanya erano stati oscurati da insegnanti e da sette che falsamente affermavano di essere seguaci di Sri Caitanya ma che in realtà si allontanavano in modo drastico dai Suoi puri insegnamenti; la buona reputazione del vaisnavismo era stata compromessa.
Bhaktivinoda Thakura, comunque, grazie ai suoi numerosi scritti e alla sua posizione sociale di ufficiale governativo, aveva ristabilito la rispettabilità del vaisnavismo. Aveva affermato che gli insegnamenti di Sri Caitanya erano la forma più elevata di teismo ed erano adatti per l’intera umanità, non solo per una particolare setta, religione o nazione.
Profetizzò che gli insegnamenti di Sri Caitanya si sarebbero diffusi in tutto il mondo e lo desiderava fortemente. Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati insegnava la parte conclusiva degli insegnamenti di Sri Caitanya, cioè che Krishna è Dio, la Persona Suprema e che il canto del Suo santo nome doveva essere considerato superiore a tutte le altre pratiche religiose.
Nelle età precedenti vi erano anche altri metodi per arrivare a Dio, ma ora, nell’età di Kali, solo il canto di Hare Krishna sarebbe stato efficace.
Sia Bhaktivinoda Thakura sia Bhaktisiddhanta Sarasvati mettevano in risalto la grande importanza che Scritture autorevoli quali il Brhannaradiya Purana e le Upanisad, conferivano al maha-mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare.
Abhay conosceva queste Scritture, conosceva il canto del mantra e le conclusioni dellaBhagavad-gita. Ora, però, dopo aver avidamente letto gli scritti dei grandi acaryaaveva chiaramente compreso quale fosse lo scopo della missione di Sri Caitanya.
Ora stava scoprendo le profondità dell’eredità spirituale vaisnava e la sua efficacia nel portare la gente al più alto benessere in un’età destinata a essere carica di conflitti.
Per motivi di affari Abhay sua moglie e tutta la famiglia si trasferirono ad Allahabad, e fu lì che nel 1932 ricevette l’iniziazione e diventò discepolo di Bhaktisiddhanta Sarasvati. I successivi trent’anni della vita di Abhay in India sono la storia di un unico, crescente desiderio di predicare la coscienza di Krishna in tutto il mondo, proprio come gli aveva ordinato il suo maestro spirituale.
Ma le responsabilità familiari di Abhay sembravano essere incompatibili con la sua volontà di predicare. Sua moglie era una casalinga molto pia ma non le piaceva l’idea di lavorare per diffondere la coscienza di Krishna.
Quando Abhay teneva delle riunioni nella loro casa e leggeva passi dalla Bhagavad-gita, lei preferiva restare fuori a prendere il tè. Eppure, nonostante la sua ostinazione, Abhay rimaneva paziente e cercava sempre di farla partecipare.
Nella qualità di venditore di prodotti farmaceutici Abhay doveva viaggiare molto in treno, particolarmente nell’India settentrionale. Pensava che se fosse diventato ricco avrebbe potuto usare il suo denaro per aiutare la missione di Bhaktisiddhanta Sarasvati e questo pensiero gli dava coraggio nel lavoro.
Abhay non poteva viaggiare con il suo maestro spirituale e nemmeno vederlo spesso, ma quando era possibile organizzava un viaggio di lavoro a Calcutta se sapeva che il suo maestro spirituale si trovava là. In questo modo, nei successivi quattro anni, riuscì a incontrare il suo maestro spirituale una dozzina di volte.
Benché Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati fosse così fermo nelle sue polemiche contro gli altri filosofi, tanto che perfino i suoi più stretti discepoli erano molto cauti nell’avvicinarsi a lui quando sedeva da solo, e benché il contatto di Abhay con lui fosse piuttosto limitato, Srila Bhaktisiddhanta lo trattava sempre molto gentilmente.
Più tardi Prabhupada ricordava: “A volte i miei confratelli mi criticavano perché parlavo con lui troppo liberamente e citavano questo proverbio inglese: ‘Gli sciocchi corrono là dove gli angeli hanno paura di camminare.’ Ma io pensavo ‘Sciocco? Può essere. Ma io sono fatto così.’ Il mio Guru Maharaja è stato sempre molto affezionato a me.”
Nel 1935, in occasione del sessantaduesimo compleanno di Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati, Abhay sottopose ai suoi confratelli riuniti a Bombay una poesia e un saggio che aveva scritto.
Questi scritti piacquero e furono in seguito pubblicati nella rivista della Gaudiya MathThe Harmonist. Uno dei suoi confratelli soprannominò Abhay kavi, “il poeta colto”.
La gloria di questo suo primo scritto, comunque, arrivò per Abhay quando Bhaktisiddhanta Sarasvati lesse la poesia e la trovò di suo gradimento. Soprattutto una strofa rese particolarmente felice Srila Bhaktisiddhanta tanto che la volle mostrare a tutti i suoi ospiti.
Tu hai provato
che l’Assoluto è senziente
e hai rimosso
la calamità impersonalista.
In qualche modo, in questo semplice distico Abhay aveva racchiuso l’essenza della predica del suo maestro spirituale contro le filosofie impersonalistiche, e Srila Bhaktisiddhanta la considerò un’indicazione chiara che Abhay conosceva bene la mente del suo Gurudeva.
Inoltre Srila Bhaktisiddhanta trovò il saggio di Abhay molto gradevole e lo mostrò ad alcuni tra i suoi più intimi devoti. “Qualsiasi cosa egli scriva”, ordinò al direttore dell’Harmonist, “pubblicatela.”
Uno dei più importanti incontri di Abhay con il suo maestro spirituale avvenne a Vrindavana nel 1935. Abhay non era più un neofita, ma un sincero discepolo che faceva del suo meglio pur rimanendo all’interno della vita familiare.
Un giorno Srila Bhaktisiddhanta stava passeggiando lungo le rive del lago sacro di Radha-kunda in compagnia di alcuni discepoli e a un certo punto cominciò a parlare confidenzialmente con Abhay.
Alcuni dei suoi principali discepoli avevano litigato e questo fatto lo aveva molto turbato. Oggetto della disputa era stato l’uso di alcune stanze e facilitazioni al centro Gaudiya Math di Calcutta.
Se litigavano adesso, cosa mai avrebbero fatto quando il loro maestro spirituale avrebbe lasciato il corpo? Abhay non aveva preso parte a questa contesa e non conosceva nemmeno i dettagli di quanto era successo. Ma non appena ebbe ascoltato le parole del suo maestro spirituale anch’egli si sentì molto dispiaciuto.
Profondamente preoccupato, Srila Bhaktisiddhanta disse ad Abhay: “Ci sarà un incendio.” Un giorno ci sarebbe stato un incendio nella Gaudiya Math di Calcutta e quel fuoco d’interessi di parte sarebbe divampato e avrebbe causato la distruzione.
Abhay udì queste rivelazioni ma non sapeva che fare. “Sarebbe meglio”, proseguì Bhaktisiddhanta Sarasvati,” prendere il marmo delle mura del tempio e convertirlo in denaro. Se potessimo fare così e stampare libri sarebbe molto meglio.”
Quindi rivolgendosi direttamente ad Abhay, Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati disse: “Ho sempre desiderato stampare libri. Se avrai dei soldi, stampa libri.”
Sulle rive del Radha-kunda, vicino al suo maestro spirituale, Abhay sentì che queste parole entravano profondamente nella sua vita, “se avrai dei soldi, stampa libri.”
Srila Bhaktisiddhanta lasciò il mondo materiale nel dicembre del 1936. Un mese prima della sua dipartita Abhay gli aveva scritto una lettera. Riteneva che in quanto grihasthanon poteva servire pienamente il suo maestro spirituale e voleva sapere cosa avrebbe potuto fare di più.
Quindi chiedeva: “C’è qualche servizio particolare che posso fare?”
Due settimane dopo Abhay ricevette una risposta:
Ho piena fiducia che potrai spiegare in inglese le nostre idee a tutti coloro che non parlano le lingue bengali e hindi… Questo sarà di grande beneficio per te ed anche per il tuo pubblico. Spero proprio che potrai diventare un ottimo predicatore in lingua inglese.
Abhay comprese che si trattava delle stesse istruzioni ricevute nel corso del Suo primo incontro con Srila Bhaktisiddhanta nel 1922. E lesse questo fatto come una conferma.
Adesso non aveva più dubbi su quale fosse lo scopo della sua vita.
“L’incendio nella matha” che Srila Bhaktisiddhanta aveva predetto scoppiò abbastanza rapidamente.
Alcuni vecchi discepoli litigarono per succedersi nella guida della matha e il dissidio ben presto degenerò in una serie di dispute legali sulla proprietà del tempio.
Nella sua posizione di grihastha e di uomo d’affari, Abhay aveva preso poca parte alle attività della Gaudiya Math e adesso questa situazione lo favoriva. Si trovava molto distante dalla contesa, ma era dispiaciuto che l’ordine di lavorare in armonia, che il suo maestro spirituale aveva dato ai discepoli, fosse stato trascurato e che i templi e le stamperie andassero in rovina.
Ma ben presto si scatenò una crisi ben più grave: la seconda guerra mondiale. Seguendo la tattica conosciuta come “la politica del rifiuto” gli Inglesi affondarono molte navi indiane che portavano cibo e distrussero molti raccolti di riso indiani, temendo che quel cibo sarebbe potuto cadere in mani nemiche.
Così gli Indiani rimasero affamati e privi delle navi di cui avevano bisogno per commerciare. La carestia che afflisse il Bengala fu la peggiore negli ultimi 150 anni.
Abhay riuscì ad acquistare appena il necessario per la propria sopravvivenza e quella della famiglia, ma mese dopo mese, vedeva aumentare gli accattoni che invadevano le strade e gli spazi aperti, che cucinavano su fornelli improvvisati e dormivano all’aperto o sotto gli alberi.
Vide bambini affamati rovistare nella spazzatura cercando un boccone di cibo. Da quello a litigare con i cani per dividersi i rifiuti il passo era breve, e anche questo divenne uno spettacolo familiare nelle strade di Calcutta.
Abhay comprendeva la sofferenza della fame e della carestia attraverso gli insegnamenti che aveva ricevuto da Srila Bhaktisiddhanta.
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| 17 settembre 1959, il giorno in cui Abhay accettò il sannyasa. Da sinistra a destra: Muni Maharaja, Bhaktiprajnana Kesava Maharaja e A.C. Bhaktivedanta Swami. |
Secondo l’ordine stabilito da Dio, la terra poteva produrre cibo a sufficienza per tutti; i problemi cominciavano con l’avidità e la cattiva amministrazione dell’uomo. “Nel mondo non manca nulla”, aveva detto Srila Bhaktisiddhanta. “L’unica cosa che manca è la coscienza di Krishna.”
Ora più che mai la sua visione spirituale trovava conferma, e Abhay sentiva crescere in sé l’ansia di trovare il modo di applicare quella che lui sapeva essere la soluzione per tutti i mali.
Convinto di avere un messaggio per i cittadini del mondo, tormentati dalla guerra, pensò di dar vita a una pubblicazione che potesse presentare la crisi del momento attraverso gli occhi delle Scritture, con lo stesso coraggio che aveva dimostrato il suo maestro spirituale.
Le idee non mancavano di certo, e da diverso tempo stava mettendo da parte il denaro guadagnato con la sua attività proprio a questo scopo.
Dalla stanza anteriore del suo appartamento di Calcutta, Abhay progettava, scriveva, correggeva e batteva a macchina il manoscritto per una rivista, che chiamò Back to Godhead (Ritorno a Krishna): “Pubblicato e fondato, sotto l’ordine diretto di Sua Divina Grazia Sri Srimad Bhaktisiddhanta Sarasvati Gosvami Prabhupada, dal signor Abhay Charan De.”
Ma spesso doveva andare a supplicare i funzionari del governo per avere il permesso di usare della carta per stampare il suo giornale.
Era solo una voce tra miliardi di altre voci, ed era privo di sostegni e di fondi o seguaci, ma aveva una profonda fiducia nel suo guru e in Krishna.
Era convinto dell’importanza del suo messaggio; perciò, anche durante la guerra, tra le bombe e la morte, pubblicò il primo numero, “perché c’è molto bisogno di informazioni come queste.”
Grandi eventi nazionali continuavano a far notizia in tutto il mondo negli anni quaranta.
Nel 1947 l’India ottenne la tanto sospirata indipendenza dal dominio britannico. Ma presto la felicità nazionale fu seguita dall’orrore, mentre centinaia di migliaia di persone persero la vita negli scontri che accompagnarono la divisione della nazione indiana tra India e Pakistan.
Come ricorderà in seguito Prabhupada: “Nel 1947 abbiamo visto lotte tra indù e musulmani. Combattevano ferocemente e morirono moltissime persone. E quando erano morti non si poteva più distinguere chi fosse indù e chi fosse musulmano, gli spazzini ammucchiavano i corpi senza fare queste distinzioni, per gettarli da qualche parte.”
Abhay non aveva fiducia nelle promesse di pace e non vedeva nell’indipendenza dell’India la vera soluzione. Finché i capi politici non fossero stati coscienti di Dio, quale sarebbe stata la differenza?
Nella sua rivista, in un articolo intitolato “Conversazioni tra Gandhi e Jinnah”, scrisse: “I combattimenti continueranno sempre, tra indù e musulmani, tra cristiani e cristiani, tra buddisti e buddisti, fino alla distruzione completa.”
La sua intenzione era mostrare a tutti che finché perduravano gli interessi egoistici e il desiderio di gratificazione dei sensi, le guerre e i combattimenti avrebbero continuato a manifestarsi.
La vera unità sarebbe stata possibile solo sul piano della comprensione spirituale e del servizio al Supremo.
Quando Abhay non riusciva a raccogliere abbastanza denaro per pubblicare numeri regolari della sua rivista, continuava a scrivere. Il suo progetto più ambizioso era un commento sulla Bhagavad-gita, ma predicava anche il messaggio di Sri Caitanya per lettera.
Scrisse a molti capi del governo, a conoscenze di un certo rilievo e a persone che avevano scritto articoli su giornali, o che avevano compiuto azioni importanti, apparse sui giornali.
Presentandosi come il loro umile servitore, spiegava le sue idee sul metodo di applicare la cultura originale dell’India, la coscienza di Krishna, la soluzione vincente per ogni problema.
Talvolta le sue lettere ricevevano una risposta dagli ufficiali e dai segretari del governo, ma nella maggior parte dei casi erano ignorate.
Era inevitabile che Abhay pensasse d’impegnare Mohandas Gandhi nel servizio devozionale.
Per la sua vita di coraggio, di ascesi e di attività morali a nome dei suoi connazionali, Gandhi aveva un grande potere di convinzione sulle masse indiane. Inoltre, Abhay provava per lui un sentimento particolare, perché nella sua giovinezza era stato uno dei suoi sostenitori.
Il 7 dicembre 1947 Abhay scrisse una lunga lettera a Gandhi, a Nuova Delhi. Sapeva che Gandhi era in contrasto con molti dei suoi antichi seguaci, che ora avevano preso posizioni di prestigio nel governo e stavano trascurando le sue dottrine di unità tra indù e musulmani, e dell’importanza della politica agraria.
Era criticato da indù e musulmani insieme. A settantotto anni era indebolito fisicamente, e triste. Abhay sapeva che molto probabilmente la sua lettera non avrebbe mai raggiunto Gandhi, ma la mandò ugualmente.
Definendosi un amico sconosciuto di Gandhi, scriveva: “Da amico sincero mi permetto di consigliarvi di abbandonare immediatamente l’attività politica affinché possiate sfuggire a una morte ingloriosa.”
Pur riconoscendo ampiamente l’onore e il prestigio di Gandhi, disse che sarebbe stata tutta un’illusione se Gandhi non si fosse ritirato dalla politica per impegnarsi a studiare e a predicare la Bhagavad-gita.
Specialmente ora che Gandhi si avvicinava alla fine della propria vita lo metteva in guardia, avrebbe dovuto lasciare la politica e avvicinarsi alla Verità Assoluta.
Almeno per un mese, gli chiedeva Abhay, Gandhi avrebbe dovuto ritirarsi e impegnarsi con lui a discutere la Bhagavad-gita.
La lettera di Abhay non ebbe mai risposta e un mese più tardi, i1 30 gennaio 1948, Gandhi incontrò la morte. Improvvisamente, la lettera che Abhay gli aveva scritto un mese prima apparve una profezia.
Mentre Abhay s’impegnava sempre più nello scrivere e nel predicare, la sua situazione negli affari e in famiglia precipitava.
Sentiva che c’era un particolare verso di Krishna nello Srimad Bhagavatam che si applicava molto bene alla sua situazione: “Quando provo una particolare misericordia verso qualcuno, gradualmente gli porto via tutti i suoi beni materiali.
Allora i suoi amici e i suoi parenti lo abbandonano, perché lo considerano un miserabile e un povero.” Solo Krishna gli rimane.
Mentre l’attività di Abhay ad Allahabad colava a picco in un mare di debiti, egli cercò di aprire una fabbrica a Lucknow.
A tutta prima gli affari sembravano buoni, ma a un certo punto cominciò ad andare in perdita e dovette chiudere. Abhay continuava a mantenere la moglie e i figli nell’appartamento di Calcutta, ma non stava quasi mai con loro.
Si trasferì di nuovo ad Allahabad, ma metteva sempre minore energia nella vendita dei prodotti farmaceutici. Era molto più interessato a predicare.
Quando un cliente dell’ospedale della città di Jhansi invitò Abhay a tenere una conferenza al Gita Mandir, egli accettò con piacere.
Il pubblico di Jhansi, per lo più studenti di medicina e professionisti, accolse molto bene le sue parole. Il loro apprezzamento, tuttavia, era per lo più di carattere sociale e culturale.
Erano abituati ad ascoltare conferenze e programmi culturali che organizzavano con piacere, ma non avevano nessuna intenzione di aiutare Abhay a fondare un centro permanente a Jhansi.
Abhay, però, vedeva lontano ed era ambizioso. Lasciò i suoi affari ad Allahabad in mano ai figli e cercò di creare un movimento spirituale a Jhansi.
Abhay aveva 56 anni e pensò che era arrivato per lui il momento di mettere in pratica seriamente gli ordini del suo maestro spirituale. Come disse a un cittadino di Jhansi: “Signor Mitra, il mondo intero aspetta una rivoluzione spirituale.”
E poiché l’istituzione del suo maestro spirituale, la Gaudiya Math, aveva perso la sua efficacia a causa delle opposte fazioni e delle lotte interne, cercò di fondare un movimento di devoti che agisse a livello mondiale.
Aveva solo uno o due aiutanti attivi, ottenne di usare un tempio abbandonato e cominciò a lavorare verso quella che lui vedeva come una specie di organizzazione spirituale per le Nazioni Unite. Stese uno statuto e registrò legalmente il suo movimento col nome di “Lega dei Devoti”.
Mentre era assorto in questi impegni, un giorno Abhay ricevette un telegramma: la sua fabbrica di Allahabad era stata scassinata. I suoi servitori avevano rubato il denaro, le medicine e tutto ciò che aveva un certo valore.
Leggendo la notizia, rimase un attimo in Silenzio, ma poi scoppiò a ridere e mormorò il verso del Bhagavatam: la misericordia di Krishna schiaccia i successi materiali di un devoto sincero. Quando uno degli amici che Abhay aveva a Jhansi gli consigliò di tornare ad Allahabad, egli rispose: “No, non devo andarci. Dapprima questa notizia mi ha rattristato, ma ora posso capire che questo grande attaccamento è arrivato alla fine, e ora tutta la mia vita e pienamente sottomessa e dedicata a Sri Sri Radha-Krishna.”.
Durante una visita alla sua famiglia a Calcutta, Abhay ruppe definitivamente con le sue responsabilità familiari.
Aveva ancora una piccola impresa a Calcutta ed era andato là per raccogliere fondi per la sua opera missionaria a Jhansi. Ma com’era inevitabile, si ritrovò immerso nelle responsabilità materiali: alcuni dei suoi figli non erano ancora sposati, e c’erano conti e affitti da pagare.
Ma anche se avesse dovuto espandere la sua attività farmaceutica di Calcutta, la famiglia gli avrebbe tolto tutto ciò che guadagnava, e anche se avesse ceduto alle richieste della famiglia e fosse tornato a vivere in casa, c’era sempre la difficoltà più grande: essi non erano seri nei confronti del servizio devozionale.
A cosa sarebbe servito tutto questo, si diceva, se non volevano diventare devoti?
La moglie e i parenti non provavano alcun interesse nella sua predica a Jhansi e volevano che impiegasse più tempo negli affari e nella vita di famiglia. Suo suocero si lamentò: “Perché stai sempre a parlare di Dio?” Ma quando gli amici venivano a fargli visita, Abhay continuava a predicare e a parlare della Bhagavad-gita, proprio come aveva fatto a Jhansi. E come sempre, sua moglie e il resto della famiglia si ritiravano in un’altra stanza a prendere il tè, e Prabhupada ricorderà più tardi: “Desideravo moltissimo che lei collaborasse con me nel diffondere la coscienza di Krishna; che mi aiutasse. Ma era molto cocciuta. E alla fine, dopo trent’anni, ho capito, non mi sarebbe stata di alcun aiuto.”
Abhay aveva sempre detto a sua moglie di non bere tè: non era una pratica degna di una famiglia di veri vaisnava. Alla fine disse: “Devi scegliere o me o il tè. O se ne va il tè o me ne vado io.” La moglie di Abhay rispose scherzando: “Beh, allora dovrò lasciare mio marito.”
Poi, un giorno fece un grave errore. Vendette lo Srimad Bhagavatam di suo marito per comprarsi dei biscotti da tè. Quando tornò a casa e cercò il libro sacro, Abhay seppe ciò che era accaduto. Rimase profondamente colpito, e l’accaduto lo spinse a lasciare la famiglia per sempre. Con un senso di profonda determinazione lasciò la famiglia e gli altri affari.
Gli anni cinquanta furono anni molto difficili per Abhay. Tornò a Jhansi, ma dovette lasciare il suo tempio, perché la moglie del governatore insisteva che doveva essere usato per un club di signore invece che per la Lega dei Devoti.
Senza un posto dove andare e senza alcun vero sostegno, lasciò Jhansi, ma non i suoi piani per un’associazione mondiale di devoti.
Dopo essersi trasferito in un asrama di Delhi ed essere rimasto per qualche tempo insieme ad alcuni suoi confratelli si ritrovò di nuovo solo, come un mendicante, passando ogni settimana da un tempio all’altro, o in casa di qualunque persona pia e ricca potesse ospitarlo.
Per il cibo, gli abiti e il rifugio, questi erano i tempi più difficili che avesse mai conosciuto.
Fin dall’infanzia aveva sempre avuto del buon cibo e degli abiti adatti, e non aveva mai avuto problemi di dove andare a vivere. Era stato il figlio prediletto di suo padre, e aveva ricevuto un affetto speciale e una guida personale da Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati. Ma negli anni cinquanta Abhay era solo.
Passava il tempo scrivendo e cercando sostenitori, ai quali predicava la Bhagavad-gita. Il suo desiderio non era quello di procurarsi una residenza permanente, ma di stampare i suoi libri trascendentali e stabilire un grande movimento per diffondere la coscienza di Krishna. E per fare questo aveva bisogno di fondi.
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| Il primo tentativo di Abhay di soddisfare l’ordine del suo maestro spirituale di predicare in inglese fu la rivista Bhack to Godhead. |
Perciò andava a trovare uomini facoltosi in ufficio o a casa, presentava i suoi manoscritti e spiegava la sua missione. Ma pochi lo aiutarono. E quando si mostravano benevolenti, la donazione era solitamente di cinque o dieci rupie.
Alla fine, tuttavia, riuscì a raccogliere il necessario per riprendere la pubblicazione del suo Back to Godhead.
Abhay non aveva nemmeno denaro a sufficienza per comprarsi abiti adatti, e passò il freddo inverno di Delhi senza nemmeno una giacca.
Andava regolarmente dal tipografo per correggere le bozze dell’ultimo numero della rivista. Quando il tipografo gli chiese che cosa lo spingesse a lottare per pubblicare il suo giornale nonostante tante difficoltà, lui rispose: “E’ la mia missione.”
Riusciva a pagare il tipografo un po’ alla volta, con piccole somme.
Dopo aver ritirato le copie dal tipografo, Abhay andava in giro per la città a venderle. Si sedeva nelle sale da tè, e quando qualcuno si sedeva accanto a lui gli chiedeva per favore di prendere una copia della sua rivista, Back to Godhead.
Nei suoi articoli Abhay criticava le tendenze materialistiche e atee della civiltà moderna. Citava anche alcune sue esperienze personali. In risposta alle resistenze educate e no che incontrava nella distribuzione della sua rivista, scrisse un articolo: “Mancanza di tempo, la malattia cronica dell’uomo comune.”
La sua prosa non era mai pungente, stridente o fanatica, nonostante la sua disperata povertà e l’urgenza del suo messaggio. I suoi articoli si rivolgevano a lettori che sperava pronti ad ascoltare una filosofia pratica e desiderosi di accettare la verità, specialmente se presentata in modo logico, coerente e autorevole.
Oltre a vendere la rivista Back to Godhead nelle sale da tè e a portarne copie ai sostenitori, Abhay spediva anche copie gratuite sia in India che all’estero.
Per anni, il vasto pubblico dei lettori di lingua inglese che si trovava fuori dell’India era stato una sua preoccupazione, e voleva raggiungerlo. Aveva riunito diversi indirizzi di biblioteche, università e uffici governativi all’estero, e spediva tutte le copie che le sue finanze gli permettevano.
Preparò una lettera per i lettori occidentali, nella quale diceva che avrebbero dovuto essere anche più ricettivi dei suoi connazionali.
Sul fronte interno Abhay spedì copie del Back to Godhead al presidente dell’India, il dott. Rajendra Prasad, insieme a una lettera che lo metteva in guardia contro il destino oscuro che attende una società governata da atei “La prego dunque di salvare tutti da questo grande disastro.”
Chiese a Sua Eccellenza di sfogliare almeno la rivista allegata, Back to Godhead, e di leggerne i titoli, e considerare la possibilità di concedere un colloquio all’editore.
“Attualmente sono qui a piangere da solo nel deserto”, scriveva Abhay. Sua Eccellenza non rispose mai.
Anche nell’afa dell’estate di Nuova Delhi, quando la temperatura salì a 45 gradi Abhay continuò a uscire ogni giorno per distribuire il suo quindicinale.
Una volta ebbe un colpo di calore e svenne per la strada, finché un amico lo raccolse nella sua auto e lo portò da un dottore. Un’altra volta fu incornato da una mucca e per qualche tempo rimase a giacere ai margini della strada, senza che nessuno lo soccorresse.
In momenti simili si chiedeva perché avesse lasciato la casa e gli affari, e come mai, nonostante il suo abbandono a Krishna, le cose stavano diventando così difficili. Ma diversi anni più tardi, quando la sua missione per la coscienza di Krishna vide il successo in molte nazioni, con molti discepoli, diceva: “Allora non potevo capire. Ma ora vedo che tutte quelle difficoltà erano in realtà benedizioni.
Era tutta misericordia di Krishna.”
Mentre continuava nei suoi sforzi di stampare e vendere Back to Godhead a Delhi, Abhay decise di stabilirsi a Vrindavana, a quasi cento chilometri a sud di Nuova Delhi.
I Gaudiya vaisnava vedono Vrindavana come il luogo più sacro dell’universo, perché Sri Krishna manifestò qui i Suoi divertimenti d’infanzia quando discese sulla Terra cinquemila anni fa.
I principali discepoli di Sri Caitanya erano andati a Vrindavana cinquecento anni prima, avevano scritto libri, aperto templi e riscoperto i luoghi dei divertimenti di Krishna nelle foreste, nei pascoli e lungo i fiumi.
Abhay desiderava scrivere i suoi saggi nell’atmosfera tranquilla e spirituale di Vrindavana, e ogni tanto andare a Delhi per distribuire le sue pubblicazioni e raccogliere donazioni da sostenitori facoltosi.
Trovò una stanza molto semplice ed economica al tempio di Vamsi-gopalaji, sulle rive del fiume Yamuna, e lì entrò nell’atmosfera speciale della vita di Vrindavana. Abhay non vedeva Vrindavana con gli occhi di una persona comune.
Nella sua posizione di puro devoto di Krishna, sentiva una grande felicità per il semplice fatto di camminare lungo uno sporco viale o nel vedere le forme delle Divinità di Krishna, che apparivano in ogni strada, in migliaia di templi e di case. Dalla sua stanzetta che dava sul tetto vedeva la Yamuna scorrere davanti a lui e allargarsi in una larga distesa d’acqua che scintillava nel sole del pomeriggio.
La sera godeva delle rinfrescanti brezze che salivano dalla Yamuna e sentiva i devoti che cantavano le loro preghiere della sera a Kesi-ghata. Per tutta la città si sentivano risuonare le campane dei templi e talvolta lasciava il suo lavoro per scendere nelle zone più affollate in mezzo agli abitanti e ai pellegrini di passaggio.
Sentiva il canto di “Hare Krishna” ovunque, e molti passanti lo salutavano con il tradizionale “Jaya Radhe!” e “Hare Krishna”. E come Vrindavana era la dimora di Krishna, così Abhay era il servitore di Krishna.
A Vrindavana si sentiva a casa. Naturalmente continuava a pensare alla predica e desiderava intensamente che altri conoscessero la pace e l’estasi intima di Vrindavana. Krishna, Dio, la Persona Suprema, invitava tutte le anime a raggiungerLo nella Sua dimora eterna; ma anche in India erano pochi quelli che capivano. E fuori dell’India, la gente non sapeva nulla di Vrindavana o della Yamuna, o di cosa significasse essere liberi dai desideri materiali. Abhay pensava: “Perché tutta la gente del mondo non dovrebbe avere l’opportunità di avere tutto questo?”
Questa era la dimora stessa della pace, eppure nessuno la conosceva, e nessuno era interessato. Ma questo era in fondo ciò che ognuno stava cercando.
Spinto dal desiderio di diffondere le glorie dell’eterna Vrindavana, Abhay lavorava quasi costantemente a Vrindavana per produrre i diversi numeri del Back to Godhead. Ma continuare Si stava rivelando molto difficile.
Prendeva il treno del mattino per Delhi, e siccome là non aveva nessun posto dove dormire, tornava a Vrindavana per la notte. Non aveva quindi molto tempo da passare a Delhi, e inoltre era una grossa spesa.
Talvolta qualche pio gentiluomo gli offriva un posto per la notte, ma anche riducendo al minimo le spese personali, Abhay aveva molte difficoltà a raccogliere donazioni sufficienti per i viaggi, la stampa e le spese di spedizione.
Dopo aver pubblicato dodici numeri consecutivi del quindicinale Back to Godhead, Abhay rimase senza denaro. Il tipografo disse che non poteva continuare a stampare solo per amicizia. Ritornato a Vrindavana, Abhay continuò a scrivere, ma senza più sperare di poter pubblicare la sua rivista.
Un giorno, in un sentimento di rinuncia e di solitudine, Abhay compose Una poesia in bengali, intitolata “Vrindavana-bhajana“. Specialmente i primi versi erano molto meditati e personali:
1
Seduto solo a Vrindavana-dhama.
In questo sentimento capisco molte cose.
Ho moglie, figli, figlie, nipoti, tutto,
ma non ho denaro, perciò essi sono una gloria senza frutto.
Krishna mi ha mostrato la nuda forma della natura materiale;
per la Sua forza oggi tutto questo ha perso sapore per me.
Yasyaham anugrihnami harisye tad-dhanam sanaih:
“Gradualmente porto via tutte le ricchezze di coloro che hanno la Mia misericordia.”
Come ho potuto capire questa misericordia dell’infinitamente misericordioso?
2
Tutti mi hanno abbandonato, vedendomi sul lastrico
moglie, parenti, amici, fratelli, tutti.
Questa è miseria, ma mi fa ridere. Seduto qui solo rido.
In questo maya-samsara, chi amo veramente?
Dove sono andati padre e madre che tanto mi amavano?
Dove sono tutti i miei vecchi, che erano la mia famiglia?
Chi mi darà notizie di loro, ditemi chi?
Tutto ciò che resta è una lista di nomi.
Una notte Abhay fece un sogno che lo colpì profondamente.
Era lo stesso sogno che aveva già fatto altre volte, nei giorni in cui era un uomo di famiglia.
Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati gli apparve, proprio come l’aveva conosciuto Abhay; era l’alto, erudito sannyasi che veniva direttamente dal mondo spirituale, dalla compagnia personale di Krishna.
Chiamò Abhay e gli disse di seguirlo. Continuava a chiamarlo, e a fargli cenno di seguirlo. Stava chiedendo a Abhay di accettare il sannyasa.
Vieni, lo sollecitava, diventa un sannyasi. Abhay si svegliò in preda allo stupore. Pensò che questa istruzione era soltanto un altro aspetto dell’istruzione originale che Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati gli aveva datola prima volta che l’aveva incontrato a Calcutta, la stessa istruzione che il suo maestro spirituale aveva poi consolidato in una lettera: vai a predicare in inglese e diffondi la coscienza di Krishna in tutto l’Occidente.
Il sannyasa era destinato a questo scopo; altrimenti perché il suo maestro spirituale gli avrebbe chiesto di diventare un sannyasi?
Nel sistema tradizionale della società vedica, l’uomo deve lasciare la famiglia all’età di cinquant’anni ed accettare l’ordine di rinuncia, diventare un sannyasi, per dedicare il tempo che gli resta da vivere a cantare, ad ascoltare e a predicare le glorie del Signore.
Abhay capì che il suo maestro gli stava dicendo: “Accetta il sannyasa e riuscirai nella tua missione. Ora è arrivato il momento.”
Abhay riflettè attentamente.
Accettando il sannyasa, un vaisnava fa voto di dedicarsi completamente, corpo, mente e parole, al servizio di Dio, la Persona Suprema, rinunciando a ogni altro impegno. Abhay stava già facendo tutto questo, ma sentiva che accettando l’ordine disannyasa poteva consolidare la sua posizione e prendere ancora più slancio per la grande missione che gli stava davanti.
La tradizione vedica e l’esempio degli acarya precedenti insegnavano che se una persona voleva sviluppare un movimento di predica doveva accettare l’ordine disannyasa.
Dapprima Abhay ebbe qualche attimo di riluttanza, ma poi considerò la cosa. Si rivolse a un confratello, Kesava Maharaja, a Mathura, e lui disse ripetutamente ad Abhay che doveva accettare immediatamente l’ordine di sannyasa.
Negli anni che seguirono Prabhupada ricorderà: “Me ne stavo a Vrindavana solo, a scrivere. Il mio confratello insisteva, ‘Bhaktivedanta Prabhu, devi farlo. Senza accettare l’ordine di rinuncia, nessuno può diventare un predicatore.’
Era in realtà il mio maestro spirituale che insisteva attraverso le parole del mio confratello. Così, anche se non provavo grande desiderio, ho accettato.”
Dopo una cerimonia formale d’iniziazione al sannyasa, il nome di Abhay diventò Abhay Caranaravinda Bhaktivedanta Swami.
Ma i suoi problemi di base restavano gli stessi. Voleva predicare la coscienza di Krishna, ma pochi erano disposti ad ascoltare. Queste cose non sarebbero cambiate per il semplice fatto che era diventato un sannyasi.
Un cambiamento, comunque, avvenne: Bhaktivedanta Swami decise di scrivere libri. Un libraio gli consigliò di scrivere libri (quelli sarebbero rimasti per sempre, diceva, mentre il destino dei giornali è quello di essere letti una volta e poi gettati), e Bhaktivedanta Swami sentì che il suo maestro spirituale gli stava parlando attraverso quella persona.
Poi un ufficiale dell’esercito indiano, che apprezzava la rivista Back to Godhead, gli disse la stessa cosa. In entrambi i casi Bhaktivedanta Swami accettò il consiglio come una rivelazione da parte del suo maestro spirituale.
Bhaktivedanta Swami pensò allo Srimad Bhagavatam, che è la principale e più autorevole Scrittura vaisnava. La Bhagavad-gita era sì l’essenza ultima di tutta la conoscenza vedica, presentata in modo conciso in un manuale per principianti, ma loSrimad Bhagavatam era elaborato.
Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati e Bhaktivinoda Thakura avevano entrambi scritto commenti in lingua bengali sul Bhagavatam. In effetti, la maggior parte dei grandiacarya del passato avevano lasciato commentari sullo Srimad Bhagavatam, “il Puranaimmacolato”.
Una traduzione in inglese, di questo libro, completa di commento, avrebbe potuto un giorno cambiare il cuore del mondo intero. E se Bhaktivedanta Swami avesse potuto pubblicare anche solo pochi libri, la sua predica se ne sarebbe avvantaggiata ed egli avrebbe potuto andare all’estero con maggior sicurezza. Non sarebbe andato a mani vuote.
Bhaktivedanta Swami tornò a Delhi con un nuovo scopo.
Il centro della carta e della stampa di tutta l’India era in Chandni Chowk, nella città vecchia, e Bhaktivedanta Swami pensò bene di trovarsi un recapito permanente lì vicino per avere una base nelle sue trattative per la stampa dei libri.
Attraverso un vecchio contratto di stampa incontrò il proprietario di un tempio che gli diede una stanza gratis nel suo tempio di Radha-Krishna, vicino a Chandni Chowk.
La zona si chiamava Chippiwada, un quartiere affollato, dove abitavano indù e musulmani insieme. Ora Bhaktivedanta Swami poteva lavorare a Vrindavana o a Delhi, come preferiva.
Con rinnovato entusiasmo raccolse qualche donazione e ricominciò a pubblicare la rivista Back to Godhead e contemporaneamente cominciava il suo lavoro di traduzione e commento dello Srimad Bhagavatam.
Rifletté sulla mole del progetto che si stava apprestando a cominciare.
Il Bhagavatam conteneva diciottomila versi, in dodici Canti, e calcolò che l’opera finita avrebbe raggiunto i sessanta volumi.
Pensò che avrebbe potuto farcela in cinque, sei o sette anni: “Se il Signore mi mantiene in salute”, scriveva, “potrò realizzare il desiderio di Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati e completare l’opera.”
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| A.C. Bhaktivedanta Swami completò i tre volumi del Primo Canto dello Srimad Bhagavatam agli inizi del 1965. |
Il fatto che Bhaktivedanta Swami avesse accettato il sannyasa, l’idea di scrivere e pubblicare lo Srimad Bhagavatam e il suo desiderio di andare a predicare in Occidente erano strettamente collegati.
Per predicare avrebbe dovuto avere libri, specialmente se doveva andare in Occidente. Là c’erano milioni di libri, ma nessuno era come questo, niente che potesse colmare il vuoto spirituale nella vita della gente.
Non si sarebbe limitato a scrivere, anzi, avrebbe portato personalmente i libri in Occidente per presentarli e per insegnare alla gente, attraverso i libri e di persona, come si sviluppa il puro amore per Dio.
Sebbene fosse conosciuto come un predicatore di lingua inglese, Bhaktivedanta Swami sapeva che la sua presentazione in lingua straniera non sarebbe stata esente da difetti, e non aveva nessuno che potesse aiutarlo a correggere la presentazione. Ma questi difetti tecnici non gli avrebbero impedito di stampare lo Srimad Bhagavatam. Si trattava di una situazione di emergenza.
“Quando la casa va a fuoco”, scriveva, “i suoi abitanti corrono fuori a chiedere aiuto ai vicini, che forse potranno essere stranieri, ma anche senza sapersi esprimere in un linguaggio adeguato le vittime dell’incendio riusciranno a spiegarsi, e i vicini capiranno l’urgenza anche se non sarà stata espressa con un linguaggio stilisticamente corretto. Questo stesso spirito di collaborazione è necessario per diffondere il messaggio trascendentale dello Srimad Bhagavatam nell’atmosfera contaminata del giorno d’oggi.”
Bhaktivedanta Swami stava presentando lo Srimad Bhagavatam senza cambiare nulla, con il più grande rispetto per Srila Vyasadeva, l’autore. E questa era la più grande virtù di Bhaktivedanta Swami. Certamente, stava arricchendo i suoi commenti di esperienze personali, ma non con l’idea di superare i maestri spirituali che l’avevano preceduto.
Considerata l’importanza assoluta di presentare il soggetto seguendo da vicino la catena parampara, Bhaktivedanta Swami non si preoccupava di “difetti e imperfezioni tecniche”. Sapeva che senza rimanere fedeli alla successione di maestri spirituali i commenti sul Bhagavatam non avrebbero avuto alcun valore.
Nella sua stanza al tempio di Chippiwada stava giorno e notte alla macchina da scrivere, sotto la lampadina che pendeva dal soffitto. Su una sottile stuoia sedeva alla macchina da scrivere posata su un baule.
Le pagine si accumulavano, ed egli le teneva a posto con delle pietre. Il cibo e il riposo erano in secondo piano. Era perfettamente convinto che lo Srimad Bhagavatamavrebbe rivoluzionato questa civiltà mal guidata.
Così traduceva ogni parola e scriveva il commento a ogni verso con la massima cura e concentrazione ma doveva fare il più presto possibile.
Bhaktivedanta Swami aveva trasferito la sua base di Vrindavana al tempio di Radha-Damodara. Senza nemmeno uscire dalla sua stanza adesso poteva guardare fuori e vedere l’altare e la forma alta circa un metro di Vrindavanacandra, la Divinità di Krishna fatta di marmo nero che centinaia di anni prima era stata adorata da Krishna dasa Kaviraja.
Era meglio della stanza che aveva al tempio di Vamsigopalaji, perché ora viveva nel tempio di Jiva Gosvami, dove grandi anime come Rupa, Sanatana, Raghunatha e Jiva Gosvami si erano riuniti per prendere il prasada , cantare e parlare di Sri Krishna e di Sri Caitanya. Questo era il luogo migliore per lavorare sullo Srimad Bhagavatam.
Al tempio di Radha-Damodara, Bhaktivedanta Swami si preparava i pasti da solo. Mentre sedeva per il prasada, vedeva attraverso le finestre traforate il samadhi di Rupa Gosvami. Sentendo intensamente la presenza di Rupa Gosvami, pensava alla propria missione per il suo maestro spirituale.
Il maestro spirituale di Bhaktivedanta Swami e i maestri spirituali che l’avevano preceduto nella successione dei maestri avevano desiderato che la coscienza di Krishna si espandesse in tutto il mondo, e attingendo ogni giorno nuova ispirazione, seduto davanti al samadhi di Rupa Gosvami, pregava di essere guidato dai suoi predecessori.
L’istruzione intima che riceveva da loro era un sentimento di urgenza, un ordine assoluto, che nessun governo, nessun editore, ne qualcun altro avrebbe potuto scuotere o affievolire. Rupa Gosvami voleva che andasse in Occidente, Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati voleva che lui andasse in Occidente, e Krishna l’aveva portato qui al tempio di Radha-Damodara per ricevere le Loro benedizioni.
Al tempio di Radha-Damodara sentiva di essere entrato in una dimora eterna conosciuta solo ai puri devoti del Signore. E anche se gli avevano permesso di rimanere in Loro compagnia, nel luogo dei Loro divertimenti intimi, sentiva che Loro volevano che partisse, lasciando Radha-Damodara e Vrindavana, per andare a trasmettere il messaggio degli acarya a persone immerse nell’oblio in remote parti del mondo.
Scrivere era solo metà della battaglia, l’altra metà era pubblicare. Nessun editore era interessato alla collana di sessanta volumi del Bhagavatam, e Bhaktivedanta Swami non era disposto a far di meno. Perciò, per pubblicare i suoi libri, avrebbe dovuto raccogliere donazioni e pubblicare a proprie spese.
Un conoscente consigliò a Bhaktivedanta Swami di andare a Gorakhpur per mostrare il suo manoscritto ad Hanuman Prasad Poddar, il famoso editore di libri religiosi. Bhaktivedanta Swami partì per questo viaggio di 800 chilometri e ottenne una donazione di quattromila rupie da usare per la pubblicazione del suo primo volume dello Srimad Bhagavatam. Bhaktivedanta Swami leggeva e correggeva le bozze di stampa da solo, e mentre il primo volume era già in stampa, stava ancora scrivendo gli ultimi capitoli.
Quando le bozze erano pronte alla O.K. Press, le andava a prendere, tornava nella sua stanza a Chippiwada per correggerle e poi le riportava indietro.
Nel 1962 ogni giorno faceva avanti e indietro tra la sua stanza e la tipografia.
Il quartiere era insieme zona commerciale e area residenziale con bambini che giocavano nella strada nonostante il pericolo.
Bhaktivedanta Swami, una figura gentile ma determinata, camminava in questo scenario. Mentre passava davanti alle case e ai negozi di terrecotte, di cereali e di dolci, e alle tipografie, vedeva sopra di se i fili della luce, i piccioni e i fili di panni stesi sui balconi. Alla fine arrivava alla O.K. Press, che stava proprio di fronte a una piccola moschea.
Era venuto a riportare le bozze corrette e a controllare ansiosamente la stampa.
Quando la stampa era terminata, Bhaktivedanta Swami usciva a vendere i suoi libri, proprio come aveva fatto con la sua rivista Back to Godhead Ben presto ottenne recensioni favorevoli della sua opera da Hanuman Prasad Poddar e dal famoso filosofo indù dott. Radhakrishnan.
Il prestigioso bollettino librario Adyar Library Bulletin gli dedicò un lungo articolo, notando “il vasto e profondo studio che l’autore aveva eseguito sul soggetto.” Anche gli studiosi suoi confratelli misero per iscritto i loro apprezzamenti.
Riuscì perfino a ottenere un ordine per diciotto copie al Consolato americano, da distribuire in America attraverso la Biblioteca nazionale. Ebbe diverse ordinazioni da alcuni istituti, ma poi le vendite rallentarono.
Essendo l’unico agente di vendita, Bhaktivedanta Swami passava ore e ore ogni giorno per vendere qualche copia. Inoltre, portava su di se l’intera responsabilità di raccogliere fondi per il volume successivo.
Nel frattempo continuava a tradurre e a scrivere i suoi commenti. Ma in tali circostanze, con le vendite così lente, non sarebbe riuscito a completare l’opera nel tempo che gli rimaneva da vivere.
Bhaktivedanta Swami mandò copie a capi politici e ricevette recensioni favorevoli da Sri Biswanath Das, governatore dell’Uttar Pradesh, e dal dott. Zakir Hussain, vice presidente dell’India Ebbe anche un colloquio personale con il dott. Hussain, e qualche mese più tardi ebbe l’occasione d’incontrare il primo ministro, Lal Bahadur Shastri.
Fu un incontro ufficiale nel giardino del Palazzo del Parlamento, dove il primo ministro, circondato dai suoi aiutanti, ricevette l’anziano sadhu. Bhaktivedanta Swami, con gli occhiali che gli davano un’aria da grande studioso, si fece avanti per presentare se stesso e il suo libro, lo Srimad Bhagavatam.
Mentre ne porgeva una copia al primo ministro, un fotografo scattò un’istantanea dell’autore e del primo ministro che sorridevano sopra il libro.
Il giorno seguente Bhaktivedanta Swami scrisse al Primo Ministro Shastri. Presto ricevette una risposta, firmata personalmente dal primo ministro:
Caro Swamiji, la ringrazio molto per la sua lettera Le sono veramente grato per il suo dono di una copia dello “Srimad Bhagavatam“. Capisco che lei sta svolgendo un lavoro molto prezioso. Sarebbe una buona idea se le biblioteche nazionali acquistassero copie di questo libro.
Usando le recensioni favorevoli per farsi pubblicità, Bhaktivedanta Swami andò a trovare possibili sostenitori per cercare di raccogliere i fondi necessari per i volumi successivi Alla fine, con i suoi manoscritti in mano e il denaro per stamparli, entrò di nuovo nel mondo della stampa comprare la carta, correggere le bozze e spingere il tipografo a mantenere le scadenze in modo che ogni libro fosse terminato in tempo.
Così, con le sue insistenze, anche se non aveva praticamente denaro personale, riuscì a pubblicare il suo terzo volume rilegato in poco più di due anni di questo passo, e con l’aumento del rispetto che riscuoteva presso il mondo della cultura, Bhaktivedanta Swami avrebbe potuto diventare ben presto una figura di primo piano nel suo paese.
Ma la sua mente era fissa sull’Occidente. E con il terzo volume stampato sentiva di essere finalmente pronto. Aveva sessantanove anni, e avrebbe dovuto partire presto.
Erano passati più di quarant’anni da quando Srila Bhaktisiddhanta aveva chiesto a un giovane padre di famiglia di Calcutta di andare a predicare la coscienza di Krishna in Occidente.
Dapprima il giovane Abhay Charan aveva pensato che fosse un’idea irrealizzabile. Ma ora l’ostacolo delle responsabilità familiari era stato rimosso ed era libero di partire per l’Occidente, anche se non aveva un soldo.
La maggior parte degli ostacoli erano stati rimossi, e gli ultimi seri limiti erano rappresentati dal costo del viaggio e dai permessi del governo.
Poi nel 1965, in un modo abbastanza improvviso, gli ultimi ostacoli scomparvero, l’uno dopo l’altro. A Vrindavana Bhaktivedanta Swami incontrò il signor Agarwal un uomo d’affari che viveva a Mathura, e discorrendo con lui gli disse, come del resto raccontava a quasi tutti quelli che incontrava, che voleva andare in Occidente.
Il signor Agarwal conosceva Bhaktivedanta Swami soltanto da pochi minuti, eppure si offrì di trovargli un appoggio in America chiedendo a suo figlio Gopal un ingegnere che abitava in Pennsylvania di mandare un modulo di garanzia.
A questa offerta del signor Agarwal Bhaktivedanta Swami lo pregò di provvedere al più presto.
Bhaktivedanta Swami tornò a Delhi, per percorrere come al solito la sua strada di vendita di libri, cercando di approfittare di ogni opportunità che potesse presentarsi.
Un giorno, con sua grande sorpresa, ricevette una comunicazione dal Ministero degli Affari Esteri: il suo certificato di nullaosta per il viaggio negli Stati Uniti era pronto. Poiché non aveva presentato nessuna richiesta per lasciare il Paese, andò a informarsi al Ministero di quello che era accaduto.
Gli mostrarono il modulo di garanzia, firmato dal signor Gopal Agarwal di Butler, Pennsylvania; il signor Agarwal dichiarava solennemente che avrebbe provveduto al mantenimento di Bhaktivedanta Swami durante il suo soggiorno negli Stati Uniti. Ora Bhaktivedanta Swami aveva un appoggio.
Ma doveva procurarsi anche il passaporto, il visto, il modulo P e il denaro per il viaggio.
Ottenere il passaporto fu facile. Ora, con il passaporto e le carte del modulo di garanzia, Bhaktivedanta Swami andò a Bombay, non per vendere libri o raccogliere fondi per la sua stampa, ma allo scopo di cercare assistenza per il viaggio in America.
Andò da Sumati Morarji, titolare della Compagnia di Navigazione Scindia, che l’aveva aiutato con una grande donazione a stampare il secondo volume dello Srimad Bhagavatam.
Mostrò le carte del modulo di garanzia al suo segretario, il signor Choksi, che ne rimase colpito e andò per lui dalla signora Morarji.
“E. tornato lo Swami di Vrindavana”, le disse “Ha pubblicato i suoi libri con le vostre donazioni. Ha un appoggio e vuote partire per l’America. Vuole che lei gli dia un passaggio su una nave della Scindia.”
La signora Morarji disse di no: lo Swami era troppo vecchio per andare negli Stati Uniti e aspettarsi di concludere qualcosa. Il signor Choksi riferì le parole della signora Morarji, ma Bhaktivedanta Swami lo ascoltò con aria di disapprovazione.
Voleva che lui rimanesse in India per completare lo Srimad Bhagavatam. Perché andare negli Stati Uniti? Aveva obiettato. Meglio finire qui quello che stava facendo. Ma Bhaktivedanta Swami aveva deciso di andare.
Disse al signor Choksi di convincere la signora Morali e gli suggerì perfino che cosa dire: “Vedo che questo signore è molto deciso a partire per gli Stati Uniti e a predicare il messaggio di Sri Krishna a coloro che vivono là…” Ma quando il signor Choksi tornò dalla signora Morarji, di nuovo la signora gli disse di no; lo Swami non godeva di buona salute. Inoltre, in America la gente non era molto disposta a collaborare e molto probabilmente non l’avrebbe nemmeno ascoltato.
Esasperato dall’inefficienza del signor Choksi, Bhaktivedanta Swami chiese di parlare personalmente con la signora Morarji. Ottenne un colloquio, e Bhaktivedanta Swami, con i capelli grigi ma determinato, presentò la sua richiesta enfatica: “Per favore mi dia un biglietto.”
La signora Morali era preoccupata: “Swamiji, lei è così anziano, e vuole prendersi questa responsabilità. Pensa che sia giusto?” “No”, la rassicurò, sollevando la mano come per rassicurare una figlia dubbiosa, “non c’è problema.”
“Ma sa quello che pensano i miei segretari? Dicono, ‘Swamiji andrà là a morire.”
Bhaktivedanta Swami fece una smorfia, come per smentire una sciocca diceria. Insistette di nuovo per avere un biglietto. “Va bene”, rispose la signora. “Si procuri il modulo P’ e provvederò al viaggio via mare.”
Bhaktivedanta Swami ebbe un sorriso radioso e uscì felice dagli uffici, passando accanto agli impiegati stupefatti e scettici. Seguendo le istruzioni della signora Morarji, il segretario provvide a risolvere gli ultimi problemi.
Poiché Bhaktivedanta Swami non aveva abiti caldi, il signor Choksi lo portò a comprarsi una giacca di lana e altri abiti pesanti. Su richiesta di Bhaktivedanta Swami, il signor Choksi stampò cinquecento copie di un volantino che conteneva gli otto versi scritti da Sri Caitanya e una pubblicità dello Srimad Bhagavatam.
La signora Morali gli prenotò un posto su una delle sue navi, il Jaladuta, che sarebbe partita da Calcutta il 13 agosto. Si assicurò che viaggiasse su una nave il cui capitano avrebbe capito le necessità di un vegetariano e di un brahmana, e disse al capitano del Jaladuta, Arun Pandia, di portare frutta e verdura in più per lo Swami.
Bhaktivedanta Swami trascorse gli ultimi due giorni del suo soggiorno a Bombay in compagnia del signor Choksi, andando a ritirare i volantini in tipografia, comprando abiti, e alla fine si fece portare da lui in macchina fino alla stazione per prendere il treno per Calcutta.
Qualche giorno prima della partenza del Jaladuta, Bhaktivedanta Swami arrivò a Calcutta. Era vissuto molto tempo in quella città, ma ora non aveva un posto dove andare. Come aveva scritto nel suo “Vrindavana-bhajana“. “Ho moglie, figli, nipoti, tutto, ma non ho denaro, perciò essi sono una gloria senza frutto.” Sebbene in questa stessa città fosse stato allevato con grande cura e affetto quand’era bambino, quei tempi erano lontani e non potevano più tornare.
Rimase ospite di un lontano conoscente, e il giorno prima della partenza si recò nella vicina Mayapur a visitare il samadhi, la tomba di Srila Bhaktisiddhanta. Poi tornò a Calcutta. Era pronto.
Aveva soltanto una valigia, un ombrello e una scorta di cereali secchi. Non sapeva che cosa avrebbe trovato da mangiare in America; forse ci sarebbe stato solo carne da mangiare. In questo caso era pronto a vivere di patate lesse, con i cereali che si era portato.
La maggior parte del suo bagaglio, diversi bauli pieni dei suoi libri, era stato spedito separatamente con una nave mercantile della Scindia.
Duecento copie della collana di tre volumi, il solo pensiero dei libri lo riempiva di fiducia.
Quando arrivò il giorno della partenza, trovò che aveva bisogno di questa fiducia. Stava per rompere drammaticamente con la sua vita passata, ed era vecchio.
Stava andando in un paese sconosciuto, dove molto probabilmente non l’avrebbero ricevuto molto bene.
Essere povero e sconosciuto in India era una cosa. Anche in questo periodo di kali-yuga, quando i capi dell’India si allontanavano dalla cultura indiana per imitare l’Occidente, era sempre l’India; era ancora ciò che rimaneva della cultura vedica.
Aveva potuto incontrare miliardari, governatori e il primo ministro semplicemente presentandosi alla loro porta e aspettando. Un sannyasi era rispettato. Lo Srimad Bhagavatam era rispettato. Ma in America sarebbe stato diverso.
Sarebbe stato uno straniero, una nullità E là non c’era tradizione di sadhu, ne templi neasrama gratuiti. Ma quando pensava ai libri che portava con se, la conoscenza trascendentale in inglese, gli tornava la fiducia.
Quando avesse incontrato qualcuno in America, gli avrebbe dato il volantino: “‘Srimad Bhagavatam‘ dall’India il messaggio di pace e di buona volontà.”
Era il 13 agosto e mancavano solo pochi giorni a Janmastami, il giorno dell’anniversario dell’apparizione di Sri Krishna. In questi ultimi anni era sempre stato a Vrindavana per Janmastami.
Molti abitanti di Vrindavana non si sarebbero mai allontanati di lì; erano vecchi e a Vrindavana avevano trovato la pace.
Anche Bhaktivedanta Swami era preoccupato dal fatto di poter morire lontano da Vrindavana. Proprio per questo tutti i sadhu vaisnava e le vedove avevano fatto voto di non andarsene mai, nemmeno per andare a Mathura, perché morire a Vrndàvana era la perfezione della vita. E la tradizione indù voleva che un sannyasi non attraversasse l’oceano per andare nella terra dei mleccha.
Ma più forte di tutto questo era il desiderio di Bhaktisiddhanta Sarasvati, e questo desiderio non era differente da quello di Sri Krishna.
Inoltre, Sri Caitanya Mahaprabhu aveva predetto che il canto di Hare Krishna sarebbe stato conosciuto in ogni città e in ogni villaggio del mondo. Prese un taxi fino al porto di Calcutta, portando con sé il suo bagaglio, l’ombrello e una copia del Caitanya-caritamrita, che voleva leggere durante la traversata.
In un modo o nell’altro avrebbe potuto cucinare a bordo della nave. Altrimenti avrebbe digiunato, come desiderava Krishna. Controllò di nuovo se aveva tutto: biglietto passeggeri, passaporto, visto, modulo P, l’indirizzo del suo appoggio. Finalmente stava per accadere.
Come spesso ricordò più tardi: “Fu con grande difficoltà che riuscii a lasciare l’India. In un modo o nell’altro, per grazia di Krishna ho potuto partire, così da poter diffondere la coscienza di Krishna in tutto il mondo. Altrimenti, non sarebbe stato possibile rimanere in India. Avevo cercato di cominciare un movimento in India, ma non avevo avuto alcun incoraggiamento.”
La nera nave mercantile, piccola e vecchia, era attraccata al molo, e una passerella portava dal molo al ponte della nave. I navigatori mercantili indiani osservarono con curiosità l’anziano sadhu vestito di abiti color zafferano che rivolgeva le ultime parole di commiato al suo compagno sul taxi e poi si dirigeva con decisione verso la nave.
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ottobre 5, 2011 bhakti Thirta Swami
Rain of Mercy
When Prabhupada was ill, preparing to depart from this world in the summer and fall of 1977, reports of Ghanashyama’s exploits were among the few things that brought him solace. Numerous letters from Tamal Krishna Goswami, Prabhupada’s secretary at the time, reported Prabhupada’s unparalleled joy when hearing of Ghanashyama’s activities. Naturally, then, when Prabhupada made his final trip to the West, to England, Ghanashyama received special mercy in Prabhupada’s presence. He called the young book distributor into his room and, asking him to sit at his side, embraced him. With tears in his eyes, Prabhupada told him, “Your life is perfect.”
But his “perfection” did not make him complacent. After Prabhupada left this world, Ghanashyama continued to distribute books like a man possessed, and to serve his guru’s mission with full enthusiasm. In due course, in New Vrindavan, West Virginia, he took sannyasa from Kirtanananda Swami, receiving the name Bhakti-tirtha Swami. This was in 1979. Soon thereafter he started The Committee for Urban Spiritual Development. The aim of this project was close to his heart, since, as an inner-city child himself, he could relate to the concerns of the downtrodden and knew how to bring them to Krishna consciousness. Inner-city preaching, combined with welfare work and prasadam distribution, usually through opening restaurants, became a mainstay of his endeavors. His restaurant in Washington, D.C., was particularly successful.
It was around this time that he had a dream wherein Srila Prabhupada requested him to “open the door.” In the dream, he continued to tend to other services, leaving Prabhupada’s request aside. Finally, after Prabhupada uttered the request for a second and then a third time, Bhakti-tirtha opened the door, and a multitude of African people came running through. From this dream, he deduced that Srila Prabhupada wanted him to go to Africa, and so, without any particular inclination toward that part of the world and in the midst of a successful project in Washington, he left, suddenly, and with little planning.
In the end, his African venture was immensely successful. His accomplishments in Africa, and elsewhere, are too many and too vast to describe in detail here. In Africa, he opened and oversaw two farm communities and more than twenty temples across six countries. In addition, he maintained two public schools and worked at a grassroots level to enhance the spiritual lives of people throughout the continent, particularly in West Africa.
Among his most prominent accomplishments in America is perhaps his founding, in 1988, of the Institute for Applied Spiritual Technology (IFAST), dedicated to presenting Krishna consciousness to New Age spiritual seekers around the world. One of the aims of the Institute was to establish self-sufficient farm communities, and to that end he rejuvenated ISKCON’s Gita-nagari project in Port Royal, Pennsylvania. With this project, the Swami found an attentive audience among professionals as well—high-powered doctors, lawyers, and others saw truth in his message.
A few highlights of his illustrious career:
Soon after taking sannyasa, he went to Jagannatha Puri and, although Westerners are not allowed in the temple, managed to get in to see the beautiful Jagannatha deities.
He met Mohammed Ali in 1981 and became one of his spiritual advisors.
He became a member of ISKCON’s governing body in 1982 and an initiating spiritual master in 1985.
He went to Africa, where Pushta Krishna Dasa, Brahmananda Dasa, and others were preaching, and opened it up in an unprecedented way. He stayed there, on and off, for sixteen years, meeting and working with the country’s most distinguished dignitaries, celebrities, and leaders, including Nobel Peace Prize laureate Nelson Mandela.
In 1990 he was honored by being given the position of a high chief in Warri, Nigeria, in recognition of his outstanding work in Africa. He was widely accepted as an authentic religious leader throughout the African subcontinent.
As he became something of a well-known international spiritual leader, with numerous college lectures, TV and radio talk shows, and inter-religious conferences lined up for years to come, the ravages of time manifested in an unexpected way, changing his plans forever.
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ottobre 5, 2011 Hello world!
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